Tra “congiunti” e “congiuntivi” …

la mia vita è diventata un vero incubo.

“I congiunti sono un po’ come i congiuntivi o ce l’hai o non ce l’hai”
(awkmen, Twitter)

Fino a 4 giorni fa per confondermi le idee bastavano i congiuntivi. Non sono il mio punto forte, debbo leggere, rileggere e straleggere per capire se il discorso fila e, spesso, non basta, perchè nella mia testa fila, ma nella testa altrui diventa un quesito alla Marzullo. Se riesco ad usare con facilità proporzioni, frazioni, radici quadrate e funzioni anche in cucina, la stessa facilità non ce l’ho con i congiuntivi. Sicuramente, in parte, è colpa del mio scrivere di getto, del mio pensare 1000 cose insieme, ed in parte, forse, del mio maestro delle elementari che mi ha fatta appassionare ai numeri più che alle lettere, passione andata avanti per buona parte della mia vita e pian piano sfumata per lasciare il posto ad altro.

Quindi non vi dico che lavoro snervante è, per me, star dietro ai signori “congiuntivi”, li sogno di notte, mentre stiro, cucino, anche mentre leggo un libro riescono ad insinuarsi nei miei pensieri.

Potevano bastare i soli congiuntivi a confondermi le idee? No!

Grazie al nostro Presidente e ai suoi DPCM, ora, si sono aggiunti i “congiunti”.

Se, 4 giorni fa, mi avessero chiesto “I tuoi congiunti stanno bene?” sicuramente, dopo aver pensato “si meglio dei miei congiuntivi”, il pensiero sarebbe andato a mio marito, i miei figli, i miei genitori, mia sorella “si grazie, ognuno a modo loro, ma tutti bene”. Fino a 4 giorni fa, per me i congiunti erano loro, adesso, leggendo in qua ed in là, ascoltando anche qualche giornalista in TV, mi sono venuti dubbi anche sui congiunti e continuo a chiedermi “chi sono? Dove vivono? Che fanno?”

Non che sia così importante saperlo, io resto a casa lo stesso, ma vorrei solo la certezza di non essere stata l’unica, fino a domenica scorsa, che si sbagliava sui congiunti e pure sui congiuntivi, ammesso che mi sbagliavo.

#iorestoacasaesperoancheicongiunti

A quando il mare?

Ieri sera, come immagino tutti, ero in attesa davanti alla TV per avere notizie sulla nostra futura sorte. Non so in cosa speravo di preciso, ma avevo delle aspettative o forse no. Non un tana libera tutti, che nemmeno c’è stato, sono un animale casalingo, lo sono diventata dopo aver fatto la pendolare per anni ed ora stare in casa, potermi dedicare alle mie passioni, mi sembra la cosa più bella del mondo, prima o poi arriverà anche la noia, ma non ancora. Non mi aspettavo nemmeno la riapertura totale dei ristoranti o bar, se debbo andare a cena con gli amici con un barriera di plexigas tanto vale continuare con gli aperitivi o cene virtuali, cambierebbe poco. Forse l’apertura di parrucchieri o estetiste? Sono venuta a patti con la mia chioma, ormai da due mesi sono costretta a tenerla ben legata, altri 15 giorni e potranno chiamarmi Raperonzolo e, allora, calerò la mia lunga treccia magari per sollevare fino a casa la spesa settimanale, me ne son fatta una ragione. Non mi aspettavo nemmeno la notizia di poter, finalmente, riabbracciare mio figlio, purtroppo, ci separano diverse regioni, non è questione di un altro comune, ma le videochat ci tengono uniti, con la sua dolce compagna riesce anche a coinvolgermi nell’organizzazione del loro matrimonio (si spera potranno farlo in condizioni di normalità) inondandomi di link di location, fotografi, fiorai, catering, di decisioni prese e subito cambiate, ma hanno tempo, intanto stanno mettendo alla prova la loro convivenza 24h su 24, mi sembra un ottimo banco di prova, spero, questa prova, non li faccia smettere di parlare di matrimonio.
Quindi, riflettendo, riflettendo mi sono resa conto che, forse, mi sono adagiata troppo su questa quarantena da essermi abituata a tutte le privazioni che ci sta comportando, accontentandomi dei surrogati ad esse. Mi sono assuefatta a questa vita non vita e, ieri sera, quasi niente di ciò il premier avrebbe potuto dire mi avrebbe sorpresa, tranne, forse se avesse parlato della comparsa imminente di un vaccino…
Però un desiderio forte ce l’ho , temo sia lungi dal realizzarsi, e non c’è surrogato che potrà sostituirlo … ho bisogno di mare, di sentire il rumore delle onde che si infrangono sulla battigia, del garrito dei gabbiani, di annusarne il profumo, dell’aria elettrizzante sul mio viso, di una passeggiata sulla sabbia, del vento che mi scompiglia i capelli … per poi restare immobile a guardarlo e lasciare che si porti via le mie preoccupazioni.

Uomo libero, sempre amerai il mare! E’ il tuo specchio il mare: ti contempli l’anima nell’infinito muoversi della sua lama.” (Charles Baudelaire)

Si dia via allo scontro …

Non nei numeri ma nell’unità sta la nostra grande forza.
(Thomas Paine)

Siamo sempre i soliti italiani, l’arte di tirare l’acqua al proprio mulino fa parte, purtroppo, di tutte le altre arti per cui siamo conosciuti nel mondo: pittura, scultura, scrittura, musica ecc, ecc.

In questi giorni ho seguito, ma non troppo, la polemica De Luca-Fontana governatori in questa Italia unita, ma solo sulla carta.
Come è ovvio che sia la polemica non resta confinata ai due soggetti, no. C’è subito chi se ne appropria utilizzandola come scusa per dare sfogo ad atavici rancori, odi e recriminazioni che caratterizzano il nostro paese dal minuto successivo allo “storico incontro a Teano”.

E lo scontro Nord vs Sud o Sud vs Nord, come preferite, riprende vita soprattutto nei social, la guerra al virus non è più la guerra di tutti, ma la guerra di chi ha avuto il governatore più o meno bravo a gestirla e che sia stato il virus a gestire il tutto ormai non conta più, la pietas verso i numerosi morti, i contagiati, i colpiti in vario modo sfuma davanti all’esigenza di sentirsi i più bravi, i migliori. Osservo e mi chiedo “Come possiamo pretendere solidarietà dall’Europa se non riusciamo ad essere solidali nel nostro piccolo paese?”

#restiamounitimanontroppo

Social, Asocial, Antisocial o Social a metà?

Internet è un dono di Dio. Può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti”. Papa Francesco

Ovviamente quanto andrò a scrivere non è un trattato sociologico, è soltanto la mia esperienza personale nel mondo del web prima e dei social media poi, uno in particolare “Faccia libro”.

Premetto subito che la mia avventura nel web è iniziata in un’epoca in cui Facebook, Twitter, Instragramm non esistevano ancora. Facebook, molto probabilmente, cominciava allora a prendere forma nei pensieri di Mark Zuckerberg, per palesarsi a tutti noi solo qualche anno dopo.

A quel tempo navigavo per curiosità, maggiormente ricerche tecnico-informatiche. Il mio approccio mentale logico-matematico mi portava a voler capire come funzionava in concreto questo mondo, come viaggiavano i bit, come andavano a comporre un sito internet, una notizia, un’immagine e come arrivavano a me, ho un pò romanzato la descrizione, ma spero di aver reso l’idea. Ogni tanto mi concedevo qualche divagazione alla ricerca di notizie curiose, di qualche informazione su film, libri o su programmi che seguivo in TV, perciò facevo qualche salto in forum o blog dedicati.

Il salto più coinvolgente è stato in Splinder, dove mi imbattei in un blog, gestito tutto al femminile. Quattro ragazze dai nick curiosi tagliavano e cucivano con intelligenza e sagacia su cinema, televisione e dintorni. I loro articoli erano divertenti, a volte proprio esilaranti, ognuna con uno stile che si addiceva alla perfezione al nick scelto. Nel far si che la mia, da una frequentazione saltuaria, divenisse una frequentazione fissa (del tipo pranzo, cena e colazione, massì dai prendiamoci anche un tè) fu un attimo.

Splinder offriva la possibilità di una chat, quindi iniziai a chattare con loro, dalla chat di splider si passò alla chat di msn, da msn al telefono. Ormai, grazie alla chat e agli articoli pubblicati, sapevamo quasi tutto di noi, non ci restava che conoscerci dal vivo, scoprire chi era bionda o chi era mora, chi alta, chi bassa, se eravamo dei ciospi o delle fighe da paura, but “not problem”, l’amicizia era ormai consolidata ed anche la più ciospa sarebbe stata abbracciata fortemente, perchè ormai era Ammmore, si si con tre m non ho sbagliato.

Dal telefono, che non bastava più, passammo all’organizzare incontri veri e propri in giro per l’Italia unendo l’utile al dilettevole, visitare nuove città matteggiando e godendo della compagnia reciproca. Nel frattempo mi avevano invitato a scrivere nel blog ed anche io ero diventata una blogger come loro. Negli anni i nostri vari incontri si sono affollati, non eravamo più soltanto noi che scrivevamo, ma anche altre amiche che ci seguivano sul blog, insomma un bel gruppo allegro, divertente con cui posso dire di aver fatto belle esperienze di vita. Tutto è durato finchè non sono arrivati per tutte impegni familiari e lavorativi sempre più pressanti: bambini da seguire, studi da completare, lavoro da non perdere di vista, ma, non meno importante, nell’allontanamento dal blog, fu l’arrivo di FB, ill social per eccellenza.

All’inizio fui un pò restia nel mio ingresso in fb, mi affacciai timidamente, i miei contatti erano loro, le mie amiche blogger, ma con il tempo la mia rete si estese, vuoi la foto figa che avevo messo (non ditemi che voi non scegliete la più figa che non ci credo), vuoi che avevo superato il disagio iniziale mi lanciai, mentre, nel frattempo, il nostro blog affondava insieme a tutto Splinder e non eravamo nemmeno interessate a traghettarlo in un altra piattaforma, perchè, ormai, eravamo traghettate tutte altrove. (ahimè quanti articoli divertenti abbiamo perso nel naufragio).

“50 amici, 100, 200, madò quanto sono popolare” gli amici e amiche su Fb aumentavano, anche mogli o fidanzate gelose, ma io sono brava. Feci nuove amicizie che si aggiunsero alle vecchie, ma con il tempo realizzai che non era la stessa cosa. Era tutto un mordi e fuggi, nessuno era così interessato ai tuoi pensieri, tanti alla tua foto, tanti alla cazzata veloce (e io sono la regina delle cazzate) che magari scrivevi. La mia percezione era che la maggior parte erano li perchè non avevano altro, altri interessi o un altro mondo da frequentare che non fosse fb, e parecchi amavano farsi i fatti degli altri (questo lo scoprii quando, abbassando la guardia, iniziai ad aggiungere i parenti, i vicini, gli excompagni di scuola).

Tentai, invano, di coinvolgere gli “pseudo-amici” in discorsi più seri, niente, nessuno recepiva. Un giorno scrissi solo “Etciù” una valanga di commenti “Salute” “Salute e figli maschi” “Ne ho tre grazie, bastano e avanzano” al chè pensai “annamo bene, annamo” per non dire poi delle polemiche che ogni tanto mi capitava di leggere: se uno diceva mela, l’altro insisteva sulla pera, se diceva pranzo allora no doveva essere categoricamente merenda, fossero state polemiche costruttive ok, ma, a volte, rasentavano la rissa virtuale. Bo non mi sembrava un mondo così social, anzi più che altro antisocial … motivo per cui sono sparita per un bel pò, mantenendo, però, l’abitudine a qualche incontro con un’ amica del vecchio blog.

Ritorno su fb ad inizio quarantena, mi riaffaccio timidamente come sempre e gli amici son sempre li a socializzare, ovviamente il tema principale sono il virus, la quarantena, il governo. Ho scoperto che nel frattempo si son tutti laureati in virologia ed epidemiologia, sanno tutto sul virus che nemmeno l’Oms è al corrente di taluni aspetti. Tutti esperti: di protezione civile (sicuramente le loro misure sarebbero state meglio); in misure precauzionali, che, se avessero fatto loro, il virus nemmeno in Cina si sarebbe propagato; per non dire poi del “tutti esperti in gestione dello Stato”, tanti novelli Robespierre, che avrebbero impartito ordini a destra e manca “e vedrai se le cose non sarebbero andate meglio”.

Ho ripreso in mano il mio esperimento handemade. Dopo aver letto qua e la qualcuno lamentarsi “la chiesa Cattolica si prende anche l’8 per mille e non aiuta nessuno” ecc, ecc, pubblico la lettera di Conte ad Avvenire, in cui ringrazia la Conferenza Episcopale per aver devoluto una ingente parte dell’8 per mille per l’emergenza coronavirus” (parlo di fatti non esprimo alcuna opinione politica, quelle le tengo per me), ovviamente nessuno se la fila, posso dire caga? nessuno se la caga. Rende più l’idea.

Da li ho postato altre cose serie, ma niente, non arrivano, ho postato le solite ca@@ate tutti presenti, anche al mio esperimento già collaudato “etciù” una discreta presenza, ma starnutire di questi tempi non è bene, però avevo la mascherina 😷 … quindi ora come allora ne deduco che le persone in FB, ci sono a metà, con solo una parte di se stesse, quella che vogliono mostrare, e, magari, quella che loro pensano sia la parte migliore. Le persone io le voglio conoscere nel loro insieme e nelle loro peculiarità, se debbo socializzare voglio sapere con chi socializzo, con chi parlo e vorrei la certezza che posso parlare di tutto, dall’argomento serio, importante, anche avendo visioni diverse, alla scemenza più scemenza che mi possa venire in mente. Socializzare non può essere fatto solo di battute fini a se stesse, che ti dicono tutto, ma non t’hanno detto nulla. Quindi, da tutto ciò, la mia convinzione che nei social non siamo poi così tanto social o, per lo meno, se non vogliamo dire “asocial” siamo social solo a metà.

Su twitter sarò veloce … li se non hai il pedigree meglio che non ti affacci.

#dimmisuchesocialvaietidiròchisei

Quarantena in loop-game

La vita è più divertente se si gioca.
(Roald Dahl)

Giorni di quarantena 7/8/9/10/11 marzo 2020, verso il crepuscolo.

Coco Bandicoot, bionda palesemente ossigenata, macchina rosa, stemma dell’Italia sul cofano, è pronta alla partenza.
Accanto a lei Crash Bandicoot, suo fratello e noto marsupiale la cui gloria risale “al secolo scorso”, scalpita nella sua macchina dando gas in attesa del verde.

Davanti alla TV, muniti di joystick, prontissimi alla sfida, io e mio marito.

Il semaforo è fisso sul rosso, mamma che ansia … scatta il verde … si parteee!

“Ehiii ma qual’è il gas, questa non si muove!” “La ics, la ics, pigia la ics” “Dov’è sta benedetta ics? Non la vedo, qui ci sono un quadrato  o un triangolo” “È in basso!” “Mi servono gli occhiali. Però poi non vedo dove vado” “Questo joystick è fasullo, dammi il tuo” “No sei tu che non sei capace!” “Ehiii mi stai venendo addosso” “Allooooraaa vuoi guardare dove vai! Mi stai mandando fuori strada!” “Ehi così non vale!” “Smettila di tirarmi le bombe o la nitro” “E allora? tu che mi rallenti con quell’orologio? L’ hai trovato già 3 volte di seguito” “Ma quale sono io? Non mi vedo più!” “Stai andando contromano!”
“Non è giusto hai vinto di nuovo, voglio la rivincita e anche la ririvincita” “Il circuito, però, lo scelgo io” “Pronta?” “Spetta, spetta questa volta le voglio fare i capelli verdi” “Dai pigiaaa!!!”


“Mamma, papà?”
“Zitto, che sto per superarlo non mi distrarre”
“Si, ma che si cena stasera? E vi sentono anche i vicini” “Ops” “Ma da quando la sera si cena? Non sapevo esistesse questa usanza”
“Eddai mamma non fare l’idiota come al solito. Ho fame”
“Hai fame? … mmm …. ok allora autogestione … guarda nel frigo cosa trovi … azz un’altra cassa di dinamite”

Addì, giorno di quarantena, 19 aprile 2020 non è ancora dato sapere dove sono stati riposti, con estrema cura, i 2 joystick

#gameover

L’uomo che amava i gatti …

Vogliamo dedicare un piccolo spazio di questo blog ad uomo che ci ha lasciati proprio oggi.

Luis Sepulveda, chi non lo conosce? Chi non ha letto qualche suo libro?

Lo ricordiamo con un suo libro, non il più famoso, un libro breve, da leggere in un soffio, scritto con una semplicità disarmante contrapposta ad una intensità di sentimenti che inondano il cuore.

Un libro che si legge con le lacrime agli occhi .. parla di amicizia, quella vera, e lo fa nella maniera più semplice che possa esistere … andrebbe letto o fatto leggere ad ogni bambino, ad ogni adulto.

“Per tutto il tempo – lungo o breve, non importa, perchè la vita si misura dall’intensità con cui si vive – che il gatto e il topo trascorsero assieme, Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande.

E i due furono felici, perchè sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno”


“Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice,

uno di questi si chiama acqua,

un altro ancora si chiama vento,

un altro ancora si chiama sole

e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia”

da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepulveda

Investimenti ai tempi del coronavirus



Ogni investimento nel campo della conoscenza paga i migliori interessi” Benjamin Franklin

Investire è sempre stata la mia passione, più che altro ho investito tempo. L’ho investito: nei viaggi in treno per lavoro, nel ricamo, nell’uncinetto, nel fare la famosa “calzetta”, nell’accudire i miei tre, ormai, expargoli, in tutte le attività della perfect housewife, in questo caso not desperate.

C’è stato anche un periodo in cui ho investito in borse. In realtà volevo farlo in borsa, tutti i miei amici erano gasatissimi nel farlo, al che mi son detta “perchè solo una borsa” e ho scelto le borse: Piero Guidi, Louis Witton, Fendi, anche un paio di O bag.

Ho avuto anche il periodo dell’investimento in titoli, veramente non mi è mai passato e credo mai mi passerà. E, sempre mentre i miei amici investivano in Enel, Telecom, ecc, io investivo nei titoli di Jhon Grisham, Wilbur Smith, Carofiglio, Maraini, ed altre penne eccelse attuali e passate … ho riempito una stanza! Almeno loro sono immuni agli effetti collaterali del coronavirus, non esiste per loro oggi su, domani giù, son li fermi, stabili, li posso toccare, ogni tanto li rileggo, insomma … patemi d’animo da fluttuazioni pari a zero!

In questo periodo di carcerazione, temo non ci sarà condizionale, i maggiori investimenti li sto facendo su Amazon. Avrete visto anche voi le pubblicità del tipo “Investi ora 200 Euro avrai una rendita mensile diii bo? 3000 euro al mese? ecc ecc”. Io investo, però, a me, non arrivano soldi, ma soltanto: caffè, componenti elettronici, dvd, libri (i titoli di cui sopra), piccoli elettrodomestici, abbigliamento sportivo, una volta ho investito in così tanti slip e reggiseno per me e mia sorella, che mi è arrivata una email da Amazon “gentile cliente la mettiamo a conoscenza dell’esistenza di Amazon Business” debbono aver pensato che avessi un negozio 🤭. Sempre a proposito di Amazon…. avete mai fatto caso che è un pò come la fata di Cenerentola? Pensi un desiderio, apri Amazon ed ecco che il tuo desiderio è li in bella mostra, fai clik e bibbidi bobbidi bu … appare addirittura in casa. Una figata pazzesca! (non secondo mio marito, ma io ne sono convinta, o quasi 😉).
E, comunque, in questo periodo di quarantena, Amazon è l’unico investimento che si può fare, non perchè sia il migliore, ma solo perchè o Amazon o nisba (avverbio rubato a Quarantenastyle).

Ma io, maga del mestiere, ho trovato come investire diversamente ben 47 euro dei miei fondi occulti, perchè ogni casalinga che si rispetti deve avere dei fondi occulti, chiamati anche “cresta sulla spesa”, fa parte del business, sono quelli che fanno girare il mercato nero della maglietta comprata sottobanco, del joystick nuovo a tuo figlio “ma non dirlo al papà”.

Ho investito … wow wow wow … nel programma, in tv o su smarthphone, “Bodyyy fx” …

Avete presente quei video dove fanno ginnastica a ritmo di musica sculettando di qua e di là in su e in giù, fai la giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù, puoi diventare come vuoi tu? Proprio una roba del genere.

Quindi ora, indossato l’abbigliamento adatto, per loro e non per me, ma si fa quel che si può, un colpo d’anca a destra, uno a sinistra, recitando un mantra anti-lussazione dell’anca … vadoooo!!!

I’s time to dance!

#ballachetipassa ma soprattutto #restaacasa

“The Bucket List”

Quando desideri una cosa, tutto l’Universo trama affinché tu possa realizzarla.
(Paulo Coelho)

Questa mattina, tra una passata di swiffer e una di mocio, in perfetto stile desperate housewife, ho iniziato a pensare alla lista delle cose che avrei dovuto fare per recuperare la mia casa, dopo che, per i giorni di Pasqua e pasquetta, ho avuto la brillantissima idea di promuovere l’autogestione. Ho immediatamente realizzato che non era una lista, ma un incubo, quindi meglio sorvolare, però, nel pensarci, mi è tornata in mente una lista diversa, che era stata l’elemento legante in un film di qualche buon anno fa con Morgan Freeman (che adoro) e Jack Nicholson (anche lui come non amarlo?) “la lista del capolinea”.

Il film in italiano si intitola “Non e mai troppo tardi”, quello originale inglese è “The Bucket List”.
Non sto qui a raccontarvi il film, però vi consiglio di vederlo, è molto bello.

La “lista del capolinea” non è altro che l’elenco dei desideri che vorresti veder realizzati prima del capolinea, che se non li realizzi, perchè non si dovrebbe prevedere il fallimento, devi raccomandarti a non so chi e far spostare il capolinea, che non sta per ultima fermata del tram o della metro, no, ma è proprio l’ultima fermata, l’ultima ultima, quella dopo la quale non ce n’è più per nessuno. Quella dove il più onesto ti saluta con un RIP e gli altri con una sviolinata e tu non hai mai saputo suonassero il violino.

Approfitto per lasciare un meme: nel caso niente fiori, ma solo opere buffe … ok ok solo opere di bene. Grazie.

Quindi tra swiffer, mocio, scopa e secchio ho deciso, dopo i debiti scongiuri (aglio, peperoncino, prezzemelo, ho messo anche due san marzano, magari funziona meglio o, al più, diventa un sughetto) di stilare (verbo che dona pomposità alla vicenda) la mia The Bucket List, non da realizzare prima del capolinea, ma appena termina questa quarantena:

1. Voglio fare il cammino per Santiago, non sono motivi religiosi che mi spingono, ma il desiderio di passare un periodo con me stessa in un viaggio che promette di essere introspettivo e riconciliante con il mondo.

2. Andare a vivere un mese intero a Parigi

3. Organizzazione del, quasi annuale, meeting con Quarantenastyle, con tour cul-turale di tutti i luoghi d’arte Milanesi: Luini, Iginio Massari, Marlà, Knam, il pranzo al MacDonald per proseguire, subito dopo, da Ammu, eh si che facciamo un cannolino siciliano non ce lo mettiamo?, continuando con una sosta da Red Feltrinelli, un buon libro con caffettino non possono mancare e la pausa tè da Starbuks, il tutto condito da chiacchiere e petteguless.

4. Imparare, una volta per tutte, a ballare l’hally gally … basta di essere sempre quella che sbaglia la coreografia!

5. Andare al mare

6. Uscire a camminare fuori e se dovesse piovere, ballare sotto la pioggia

E in ultimo, ma non meno importante, non dimenticare mai quanto amo la mia famiglia, anche se nell’autogestione lascia a desiderare.

Questa è la mia lista, semiseria, ma è la mia … aspetto la vostra e mi aspetto tanta ironia che la vita è già molto seria di suo.

Hasta la lista!

L’uomo nell’uovo

Questo post è quasi una sfida o, forse, un gioco, non so, ma qualsiasi cosa ne verrà fuori sarà tutta colpa di Quarantenastyle che mi ha incitata a scrivere #miparolechiappeevadoavanti

“WhatsAppando” con lei, la mia amica Quarantenastyle, parlando di Pasqua, di torte, di uova, vestiti e scarpe no che questa Pasqua è di moda il pigiama, di come passare questa pasquetta inusuale, non ricordo come o perchè mi è tornato alla mente un’inesistente libro dal titolo “L’uomo nell’uovo”. Dico inesistente perchè, ai tempi in cui risale il mio ricordo, tale libro non esisteva, era solo il frutto di una goliardata da liceali, ma se, nel frattempo, qualcuno lo avesse scritto allora chiedo venia e prometto che me lo procurerò e lo leggerò. Ai tempi non c’era e lo so bene, nessuna libreria della mia città ne era fornita, ricordo ancora lo sguardo perplesso di ogni libraio consultato.

Ma se tale libro fosse esistito?

Sarebbe stato un saggio sulla rilevanza e importanza dell’uovo nelle varie culture dagli assiri, babilonesi o greci, fino ai giorni nostri? Sull’uovo come rinascita o come origine della vita o del cosmo? O una semplice novella sulla vita di un tizio che, per qualche bizzarro motivo, si ritrova a vivere in un uovo?

Preferirei una novella, o una breve storia, magari con un lieto fine. C’è bisogno di un pò di leggerezza in tempi così pesanti.

Però, a ben pensarci, un uomo che viveva in uovo, lo conoscevo veramente.
L’ho conosciuto in uno dei miei fantasiosi viaggi mentali e ne sono rimasta affascinata. Lui era un uomo non molto grande, anzi, direi piccolo e nemmeno troppo giovane, ma non era anziano, forse mezza età o come preferite voi. L’uovo, fortunatamente, era spazioso. Gli consentiva di potersi muovere agevolmente in su e in giù, a destra e a sinistra. L’uomo si era organizzato su tre piani, in basso un piccolo soggiorno con angolo cottura, al centro una camera da letto, abbastanza, spaziosa con un bel letto grande,con sita in un angolo una scrivania su cui faceva mostra di se una pila di libri, mi sembra di ricordare che fossero novelle, sopra la pila di libri una lampada, dalla luce fioca, al centro della scrivania un quaderno semiaperto, ricordo di aver intravisto la scrittura, ordinata, filiforme, leggermente obliqua verso destra. Credo fosse un diario e ne ho dedotto che l’uomo fosse un pò introverso. Ai piedi del letto un tappetto, dai colori non troppo sgargianti, anzi abbastanza sobri, sulle tonalità del marrone, direi molto maschili. Sul letto, sopra un morbido piumone a grandi riquadri sulle tonalità dell’ocra e dell’arancio, il suo gatto che se la dormiva della grossa. Una enorme palla di pelo cremisi, quasi una nuvola, un gatto poco maschile in realtà, forse non lo aveva preso lui, ma si capiva che ora se ne prendeva cura con molto amore.
Al terzo piano, nel punto più difficilmente raggiungibile, sotto quel soffitto un pò a cupola, che dava piacere osservare, perchè dipinto di azzurro, aveva realizzato il suo rifugio, il suo angolo della meditazione, della creatività, il suo posto segreto. Appoggiate qua e la alcune tele, incompiute, con qualche accenno di colore, al centro un cavalletto con una tela su cui, immaginai stesse dipingendo, ma non vedevo cosa o chi. Sul fondo, appoggiato al guscio, spiccava un divano blu cobalto sotterrato da cuscini colorati sistemati alla rinfusa e un plaid, anche lui molto colorato. Forse era proprio quello l’angolo del riposo o della lettura, in terra c’erano anche un paio di riviste forse buttate li o cadute e mai raccolte.
Si era preoccupato di abbellire anche le pareti o meglio il guscio del suo uovo. Aveva appeso foto di famiglia, alcune in bianco e nero altre a colori, ritraevano tutte momenti felici, i soggetti erano radiosi, con gli occhi brillanti di felicità. Qua e la erano appesi alcuni schizzi che lui stesso aveva fatto prima di trasferirsi a vivere li. Il suo preferito era un tramonto in cui il sole, tuffandosi nel mare, sollevava onde in milioni di sfumature dal rosa, all’arancio, fino al rosso fuoco con un’intensità tale che sembrava di essere li, che potevi toccare il sole, il mare e tuffarti in quell’oceano. Poco più su c’era un ritratto, sarebbe stato il suo preferito anche quello, se non fosse che, guardarlo, lo faceva soffrire un pò, forse, troppo. Gli riportava alla mente momenti felici che non esistevano più, che, purtroppo, il tempo si era portato via. Era un ritratto di donna. Non era una donna qualsiasi, ma la sua donna, la donna che aveva amato, con cui aveva diviso gran parte della sua vita. Era un donna bellissima, lunghi capelli castani che simili a onde contornavano il viso e scendevano fino a coprire le spalle. Il sorriso fiero contro uno sguardo dolcissimo. La donna che aveva deciso fosse giusta per lui, con cui aveva esplorato i più begli angoli del pianeta, con cui aveva giocato, discusso, riso, pianto e con cui avrebbe voluto che tutto questo fosse per sempre. Ma il destino non la pensava alla stessa maniera.

Cosa pensava il destino?

Ecco qui comincia il problema, non voglio farla morire sarebbe troppo tragico. La faccio scappare via? Sarebbe una stronza … no non mi piace.
Massì se l’è magnata quella dolcezza di gatto, troppo inverosimile ve?

Ecco lo sapevo oggi come allora … quando, a scuola, il prof ci dava 3 sostantivi per inventare una storia, scrivevo 3 giorni di fila e non sapevo mai come finirla 🤪.

Dimenticavo … l’uovo era cioccolato al latte finissimo 😋 quello che si scioglie in bocca e ti rilassi così tanto, nel godere di tale bontà, che ti perdi in un mondo fantastico e, magari, conosci anche un uomo che vive in uovo.

Quando la tua follia coinvolge l’unico serio in famiglia. Disegno originale di mio marito

C’è qualcosa di delizioso nello scrivere le prime parole di una storia. Non sai mai dove ti porteranno.
(Beatrix Potter)

Tra torte e bucciotti … tradizioni pasquali che goduria!

Ahi … che vita complicata ogni volta che arrivano le festività! Perchè non arrivano soltanto loro, ma anche tutte le tradizioni che si portano dietro da regione a regione.

E, se le tue origini sono da due regioni diverse devi moltiplicare il tutto per due; mica si possono fare ingiustizie! Un pensiero speciale, colmo di comprensione, va a coloro che hanno le loro origini in due regioni diverse e si sono stabiliti in una terza regione, e che fai non rispetti le tradizioni del posto? Evvaiii si moltiplica per tre.

Per mia fortuna debbo solo moltiplicare per due.

Prendiamo la festa del momento la “Pasqua”. Per me è la festività più impegnativa dal punto di vista culinario … ed anche per il mio forno.

Non ho fatto mia la moderna abitudine dell’albero di Pasqua (investo già molto in quello di Natale), un’ortensia e qualche tulipano in casa mi regalano già una bella atmosfera pasqual-primaverile, ma tutte le tradizioni magnerecce sono le mie (segue moto di esultazione stile Crash Bandicoot)

Vi parlerò della mia preferita, altrimenti rischio di farvi prendere 5 o 6 kg solo a leggere, “la torta al formaggio” che solo a scriverne il nome mi sento in soggezione.

Nella mia città “la torta al formaggio” è un’istituzione, come il sindaco, forse anche di più. Ovviamente non c’è forno o panetteria che non la prepari, ma la vera torta va fatta in casa e possibilmente cotta nel forno a legna, perchè anche quella del miglior forno stai tranquilla che “c’ha quil ‘n so che de ‘ndustriale”

Quindi, tre o quattro giorni prima della Pasqua, in ogni famiglia che si rispetti, inizia la grande preparazione della torta, anzi delle torte, non può, mica, essere solo una, minimo 5 o 6. Anzi ad essere precisa le torte non si misurano a numero, ma ad UOVA … “Iolanda quante torte ete fatto?” “Trent’ova, capirè una pel mi fiolo, una pe la mi fiola, una pel dottore, una pel gatto, una pel topo, anzi misà n’avrò da ‘ntride de più che sinnò mia me bastano”

Io ne ‘ntrido (‘ntridere voce del verbo impastare) 10 uova e tutte per me, vabbè per me e la mia famiglia.

Ovviamente non di sole uova è fatta la torta, per ntridere servono altri ingredienti, tutti molto leggeri: lo strutto, l’olio (qualcuno, tipo me, per non farsi mancare nulla, mette anche burro e margarina), latte, lievito di birra (il grande assente di questa quarantena), sale, anche un pò di pepe ha il suo perchè, farina e la “guest starrrr” sua maestà il formaggio, tanto formaggio e di tipo diverso: parmigiano reggiano, pecorino romano, groviera (i buchi si possono non mettere 😝), quest’ultima a pezzi e meglio se irregolari; gli altri formaggi tutti grattugiati, ma qualche bel pezzo di parmigiano ci sta da Dio, si scioglie con il caldo del forno, poi, nel freddarsi, si risolidifica e quando hai la fortuna di mordere la fetta con quel pezzo di parmigiano mmm che goduria. A casa mia basta che ti distrai un secondo che qualcuno, con fare lesto, si frega il pezzo migliore “mmm eppure quando ho tagliato la fetta c’era” 🤔. La quantità degli ingredienti varia da ricetta a ricetta, chi la vuole più “zeppa”, chi più leggera, chi più salata, chi più pepata, ma per ognuno “la più bona” é sicuramente la sua.

Elencati gli ingredienti passiamo all’azione …

Il lavoro inizia la sera prima con la preparazione del “levtino” comunemente detto lievitino, tecnicamente detto poolish.

La mattina dopo, al canto del gallo, si procede ad impastare tutti gli ingredienti.

Per impastare, siccome, io so’ moderna, uso la planetaria, ma non essendo l’unica moderna, ormai la usano un pò tutti. Una volta, invece, facevano tutto a mano e dalla bravura nell’impastare dipendeva la riuscita della torta. Toccava de “ntride forte! dajeee!”, solitamente, spettava all’uomo il compito.

Finito di fare l’impasto si passa alla suddivisione dello stesso nei vari contenitori in cui, dopo la lievitazione, si cuocerà.

E la lievitazione è importantissima, perchè le torte “on da cresce” e bene, anche il minimo sbalzo di temperatura o un soffio di vento potrebbe far esclamare “enno argite giù!” Sia mai!

Quando, dal luogo di lievitazione, le porti al forno lo devi fare come se fossi in processione, in silenzio, trattenendo il fiato, perchè “non sonno da move sennò arbutton giù”

Questo è il risultato a fine cottura.

Solo quest’anno, non essendo umbra, ho scoperto che il rito delle torte è accomunato ad un altro, quello dei “bucciotti”

I bucciotti? Si una sorta di bambole che vengono fatte con l’impasto che avanza dopo la suddivisione dello stesso nelle pentole. Un tempo li facevano come regalo ai propri figli e c’era la gara a chi li facesse più belli.

Ovviamente mica dei bucciotti fatti tanto per fare, ma curati nei dettagli e rigorosamente maschio e femmina.

E augurandovi una buona Pasqua, mentre mi accingo ad andare ad addentare qualche leccornia pasquale dalla mia dispensa, vi lascio i bucciotti migliori (secondo me), scovati in rete, che hanno partecipato vincendo alla fashion week pasquale.

“La tradizione non si può ereditare e, chi la vuole, deve conquistarla con grande fatica” Thomas Stearns Eliot

.