Stupro


Non sono riuscita a trovare un altro titolo, né giri di parole che potessero attenuare la gravità di questa parola. Perciò sì, apro così, crudamente, la mia riflessione.

“Stupro”. Dopo l’omicidio, ma confesso ho qualche dubbio al riguardo, uno degli atti più ignobili che un essere umano possa compiere.

Non so cosa significhi subirlo. Nella mia vita sono stata fortunata: non ho mai conosciuto violenze di alcun tipo, ma posso immaginarlo, o almeno provare a farlo. E già, solo immaginandolo, sento addosso sensazioni sgradevoli: paura e disgusto, prima di tutto. Poi rabbia, tanta rabbia, verso chi pensa di poter prevaricare, dominare, prendere con la forza qualcosa che non gli appartiene. E, infine, dolore, un dolore profondo, per chi deve convivere con ferite che non so nemmeno se possano davvero rimarginarsi.

Eppure oggi, nei talk show, nei dibattiti televisivi e nei monologhi travestiti da riflessioni profonde, di stupro, violenza e assoggettamento della donna non si parla davvero per condannarli, ma troppo spesso per relativizzarli, giustificarli, spiegarli via con pseudo teorie filosofiche o zoologiche.

Perché, in fondo, colui che con le sue farneticazioni ha riportato l’argomento al centro della scena è uno che, pensate un pò, “salvava i grilli” (o le formiche, non ricordo bene e non voglio nemmeno cercare). Peccato che, dettaglio che qualcuno dimentica troppo facilmente, disprezza le donne.

“Nel mondo animale lo stupro è la prassi per la riproduzione”, dicono.
E allora?
L’essere umano dovrebbe forse prendere lezioni di civiltà dagli istinti più brutali della natura?
E comunque, se proprio dobbiamo guardare al mondo animale, certi rituali di corteggiamento messi in atto per la riproduzione danno svariati punti ai rituali umani. Guardate quelli, piuttosto, e prendete esempio.

A questo punto mi sono convinta di una cosa. “Una cosa da dire, o meglio da scrivere, terribile ma molto realistica”. No, non credo affatto che “nei pensieri di tutti ci sia lo stupro, il dediserio di essere presi o prendere”, credo piuttosto che certi opinionisti, certi maestri improvvisati di morale, criminologia e psicologia da salotto siano vittime di qualcosa di ancora più inquietante: uno stupro mentale collettivo, consumato a colpi di applausi, audience e delirio di onnipotenza.

E la parte più amara è che lo chiamano “dibattito culturale o quel che vi pare”; quando, più semplicemente, basterebbe chiamarlo per quello che è: miseria umana con il microfono acceso.

“Lo stupro è un omicidio senza cadavere.”
(Fabrizio Caramagna)

Sassi che parlano

È ormai tanto tempo che non scrivo. È  diventato complicato trovare il momento per fermarmi e lasciare andare la mente, eppure, in questi giorni,  è accaduto qualcosa.  Qualcosa di piccolo, ma capace di riaprire uno spazio dentro e con lui, il desiderio di scrivere,  di condividere.

Ho fatto un incontro.

Un incontro un po’ strano, bizzarro, divertente, curioso, di quelli che, senza far rumore, ti cambiano il modo di guardare.

Ho incontrato dei sassi.

Si proprio dei sassi. Quelli che sptanno sulla riva del mare o lungo uno stradello di montagna un po’ sdrucciolevole.
Pietre dalle forme irregolari, tonde, piatte, oblunghe. Alcune lisce, levigate dall’acqua, altre più ruvide, segnate dal vento, dal tempo, dai passi.

E quei sassi parlavano.

Erano come tanti piccoli personaggi su un palcoscenico, che stavano recitando per me e per chi era lì insieme a me.

Mi guardavano sorridenti, innamorati, seri, indaffarati… erano vivi.
Mi sussurravano pensieri, stupivano il mio sguardo, mi divertivano, ma soprattutto mi regalavano un momento di spensieratezza, stupore e giocosità.

Con la fantasia mi hanno fatto viaggiare dalla Cappadocia al Sud Tirol, passando tra i ciliegi in fiore di un villaggio del Giappone, sorvolando paesaggi fantastici e vedendo, qua e là, sorgere prima il sole e poi la luna.

C’erano sassi innamorati che si abbracciavano teneramente, altri che si divertivano a rappresentare favole con dovizia di particolari, un sasso impegnato in una pesca grossa, altri ancora che andavano in moto.
Insomma, c’era un gran movimento.

Sono i sassi di Lanfranco Lanari, un artista che, casualmente, ho incontrato un paio di  settimana fa.

A Montefalco, in Umbria, nell’ambito della manifestazione Terre del Sagrantino, era presente con un’esposizione delle sue opere e, inutile dirlo, la mostra catturava lo sguardo.

Non sono stata la sola a restare incantata davanti ai suoi pannelli.
Sono felicissima di essermi fermata e di aver avuto, grazie all’abilità, alla fantasia e all’ingegno di questo artista, questo dialogo silenzioso e meraviglioso con i suoi sassi che prendono vita.

Sicuramente, d’ora in poi, se incontrerò un sasso non lo guarderò più con indifferenza, ma un pensiero a ciò che potrebbe dirmi lo farò.

Vi propongo alcune sue piccole opere, ma se vi capitasse di incontrarlo in qualche manifestazione o altrove, fermatevi ad osservare i suoi lavori: meritano davvero di essere visti e ascoltati

“Notte stellata”
“Sakura”
“Ubriachi d’amore”
“Il pescatore felice”

Se siete curiosi o volete approfondire, potete trovare le sue opere  anche in internet o sui social.

“Troverai di più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le pietre ti insegneranno ciò che non si può imparare dai maestri.”
(San Bernardo)

Ventennale: quando Garlasco rimescola tutto

fossa dei mostri - Prioraco

ovviamente il delitto di Garlasco, non si parla d’altro, no?

Ebbene si anche io e la mia socia, insieme per festeggiare i nostri venti anni di amicizia nata nell’etere, ci siamo scambiate pareri sul delitto che in questo momento crea dibattito, e chi siamo noi per non dibattere?

“Hai ascoltato quando Bugalalla ha parlato di commenti cattivi scritti a suo tempo da due donne (forse), che non sono indagate, nei confronti di Chiara?”

“E come hanno fatto a recuperare commenti di venti anni fa?”

“Bugalalla ha parlato di una wayback Machine, che permette di fare dei viaggi nel passato della rete”

E la lampadina si accende … i criceti attivano le sinapsi ed ecco che arriva l’idea: se Bugalalla ha recuperato le chat di Garlasco anche noi possiamo recuperare il nostro primissimo e scanzonato blog dedicato agli Amici di Maria.

Ebbene sì, grazie alla Wayback Machine il nostro blog è risorto dalle ceneri e, rileggere tutti i post e commenti dell’epoca, è stato non solo esilarante ma anche un viaggio nel tempo alla riscoperta di un mondo variopinto, scanzonato e impregnato di rispettosa ironia.

Sorseggiando il caffè, comodamente sedute nella mia cucina dopo i bagordi dei festeggiamenti della nostra “millantata” ventennale amicizia, grazie al viaggio nel tempo abbiamo recuperato il post dell’istante preciso in cui ci siamo conosciutee siamo diventate le mitiche “compagne di scarpe” (i nickname erano altri allora). Oibò dovremo replicare i festeggiamenti il prossimo anno, ricordavamo male, infatti correva l’anno 2006 quando …

Ebbene, eccolo qui il momento, immagino sarà poco interessante per tanti, ma è stato divertente per noi risalirci e se quest’anno per festeggiare l’errato ventennale abbiamo villeggiato, gozzovigliato tra Marche ed Umbria chissà per quello vero che faremo?

Stay tuned: per il ventesimo le scarpe toccheranno suoli sconosciuti, persi tra le rocce di Marte ed il ghiacciaio di Dubai.

Una coppa ormai scomoda

Torno a scrivere dopo tanto tempo perché la vicenda di Nicolò Filippucci ad Amici mi ha colpito molto e mi ha fatto venire il desiderio di parlarne un po’.
Quest’anno, per mero campanilismo, ho seguito un poco la trasmissione di Maria De Filippi perché avevo saputo della sua partecipazione. Nicolò è un ragazzo della mia città che non conosco personalmente, ma, non essendo una città immensa, si conosce un po’ tutti, e c’è sempre qualcuno che conosce qualcun altro che conosce quell’altro… così mi è arrivata la voce su Nicolò.

Fin da subito, il suo ingresso nella trasmissione è stato travagliato: se l’è dovuta giocare tra una Pettinelli convinta del suo talento nel canto e un Rudy Zerbi che lo ha ostacolato fino all’ultimo minuto con il suo mantra: “Non mi emozioni”.
Puntata dopo puntata, Nicolò, con le sue esibizioni, che lo hanno fatto posizionare quasi sempre primo in classifica, ha dimostrato di avere talento, veramente tanto talento, da conquistare il pubblico che, nell’unica volta in cui gli è stato concesso di votare (se non ricordo male, durante un pomeridiano), lo ha messo al primo posto.

Ora, non so se questo voto del pubblico abbia, in qualche modo, destabilizzato piani preconfezionati della trasmissione, voglio sperare di no, ma il fatto che Nicolò sia stato eliminato in semifinale, quando sarebbero potuti andare in finale in sei, confesso che un po’ me lo fa pensare.

Quindi Nicolò esce, e cosa succede poi? Il pubblico a casa, che avrebbe votato in massa per lui, si indigna, si sente messo da parte, non rispettato, preso in giro, e riversa tutto il suo scontento sui social. In qualsiasi post sulla pagina di Amici, i commenti – di cui si perde il conto – esprimono scontento per l’esito e, allo stesso tempo, elogiano, a ragione, il loro beniamino.
Numerosi vocal coach si schierano a favore di Nicolò. La stessa Pettinelli scrive un bellissimo pensiero per lui, dicendogli che rimarrà nella storia di Amici. Nel web, i commenti sulla giuria incapace e corrotta, ecc., non si contano.

Alla luce di tutto questo, sono arrivata alla conclusione che, se fossi uno dei ragazzi rimasti in gara, non vorrei alzare quella coppa, perché la produzione, o la stessa Maria, non so chi di loro, è riuscita a renderla scomoda. Quella, per tutti, è la coppa di Nicolò, e chiunque la prenderà, il pubblico lo considererà un usurpatore.
So che tutto ciò è triste da pensare e da scrivere, ma il detto latino recita “Vox populi, Vox Dei, e nei detti c’è sempre un fondo di verità.

Un grazie a Nicolò per le sue bellissime esibizioni e per avermi fatto scoprire che, tutto sommato, la mia penna non è totalmente arrugginita come, ormai, ero convinta.

È virale l’hastag #iononguarderòlafinalediamici … il mio hastag è #hoguardatoamiciemenepento

Quando il merito non basta, è il sistema che ha fallito. (Anonimo)

Amicizia, amitié, friendship, Yūjō …

e poi senti philia e ti parte il film.

Non so cosa sia successo, ma alcuni giorni fa, mentre stavo lavorando al pc, e di solito sono così assorta che anche dovesse cadere il soffitto non mi accorgerei, ho captato un discorso di Roberto Vecchioni che mio marito stava ascoltando al cellulare, parlava di philia … “Rimetti dall’inizio! Fai sentire anche a me di che parla!”- “Parla dell’amicizia, in greco philia”

Sicuramente che lo si dica in greco, francese, inglese o giapponese l’amicizia resta il sentimento più nobile e alto che unisce due persone, però quel giorno philia, ma soprattutto la definizione che ne ha dato Vecchioni, mi ha portato a pensare molto all’amicizia, al suo valore e significato e a quanto spesso si cade o, almeno io cado, nell’inganno di considerare amicizia ciò che non lo è.

“Philia è amicizia disinteressata, non ci si unisce perchè c’è da guadagnare dall’altro, ma perchè c’è affinità spirituale, perchè l’altro ci completa” questo quanto più o meno ha detto Vecchioni, magari l’avrà resa anche semplice la spiegazione, ma a me è bastata per partire con il mio film.

Ho sempre pensato di avere dei buoni amici e amiche, ma con quanti di loro posso dire che si tratta di “philia”? Pochi veramente pochi, due, tre se la sorellanza si può considerare amicizia, ma credo sia qualcosa di diverso, di ancora più profondo e scolpito dentro di noi. Una delle due amiche scrive su questo blog è la mia socia, quindi dovreste conoscerla e capire la nostra affinità, i nostri interessi comuni, passioni ecc., l’altra è la mia amica di gioventù con la quale basta uno sguardo e ci siamo capite, possiamo anche passare anni senza vederci o sentirci e poi quando ci ritroviamo è come il primo giorno, come ogni momento passato insieme, l’affetto è talmente forte che ogni volta si dice “Basta non dobbiamo più separarci!” ma, purtroppo non siamo noi a decidere: sono le circostanze, gli eventi, la vita, che a volte è veramente bastarda e fa come vuole. Importante è sapere che il pensiero, il desiderio di stare insieme sono sempre presenti e prima o poi tornano ad averla vinta.

Purtroppo non ho le famose amiche di infanzia, quelle si sono dileguate tutte, ma non per colpa loro o mia, ma per l’ambiente in cui sono cresciuta che portava a cambiare continuamente le persone che ti giravano intorno e non ti faceva mettere radici e consolidare le amicizie.

In tutto ciò la lunga riflessione sulla philia è stata non tanto sulle mie due amiche, che sono la mia certezza, ma sul resto delle amicizie quelle superficiali, a volte interessate, spesso a senso unico, sovente bisognose di una discarica per la loro negatività che ti investe in pieno e ti far star male mentre loro trovano il sollievo che cercano. Quante ne ho di queste “amicizie”, sicuramente troppe, negli anni ho potato molto, in silenzio ho chiuso, archiviato e sono andata oltre. Invecchiando sono sempre più esigente nella scelta delle persone intorno a me, selettiva fino ad essere stronza e, di conseguenza, molto più sola, ma sono più soddisfatta del mio mondo, sono serena: me stessa, un libro, un pò di musica, le mie camminate nel verde e sapere che da qualche parte ci sono le mie anime affini con cui mi completo e che basta scrivere un “ciao come va” per attivare momenti di vita seri e profondi o del sano cazzeggio sempre salutare per mantenere la mente brillante.

Buona philia a tutti

26 maggio 2021

la data dell’ultimo articolo, “Cena di classe …” , su questo blog e poi il nulla. Sia io che la mia socia siamo scomparse, più di due anni di assenza, per l’esattezza 26 mesi ops il 26 si ripete, nella data dell’ultimo articolo, in quella del nuovo, nel tempo passato, forse è da giocare al lotto.

Essì ci siamo un pò perse nelle nostre vite: un pò di stanchezza; un pò di noia; un pò di questo; un pò di quello e perdersi è stato un attimo, ma non ci siamo perse tra noi. La nostra amicizia è salda come una roccia e nell”ambaradan di questi due anni tra alti e bassi, i nostri momenti insieme siamo, comunque, riuscite a costruirli: qualche gita, qualche concerto, qualche chiacchierata via chat sempre conclusa dicendo “dobbiamo riprendere in mano il blog” e tadàààa oggi, finalmente, l’ho ripreso in mano.

Non avevo affatto realizzato che fossero passati 2 anni, anzi più che passati direi che sono volati velocissimi, con calma mi aggiornerò sui blog che seguivo, chissà se sono ancora tutti presenti? Magari faccio l’appello, ovviamente scherzo, ma spero di ritrovarli tutti belli vitali e frizzanti, come li ricordo.

A proposito, se qualcuno è rimasto con la curiosità la cena di classe non c’è stata. La chat che nacque per l’occasione cinguettò un paio di giorni e poi si spense, non si trovò la quadra per organizzare: il giorno, il luogo, il ristorante, ogni cosa era un problema, ma forse come sempre il problema erano le persone.

Insomma sono tornata, ma sento di poter tranquillamente dire “siamo tornate”, perché se conosco, almeno un pò, la mia socia sarà entusiasta di ricominciare.

Ho un articolo sulla punta della penna, una frase che ho sentito oggi e che, oltre farmi riflettere a lungo, mi ha fatto venire voglia di scrivere, quindi non mi resta che dirvi a presto!

#chinonmuoresirivede

Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.



(José Saramago)

Cena di classe …

ed è subito ansia.

Una vita, decisamente una vita che non vedo e sento i  compagni della mia classe al liceo. Ci  salutammo una mattina di inizio luglio davanti ai quadri, esposti nell’androne della scuola,  commentando i voti della maturità e non ci siamo più ritrovati. Quel giorno le nostre strade si divisero per sempre ed ognuno di noi si avviò ad inseguire i suoi  sogni. Non siamo mai stati una classe particolarmente unita, quindi non cercarsi più, in tutti questi anni, è stato naturale. Di alcuni di loro mi sono anche dimenticata nomi e volti, anche la mia compagna di banco, di tutti e cinque gli anni, è svanita nel nulla, non l’ho mai incontrata nemmeno per caso.

Poi, un pomeriggio all’improvviso, mi ritrovo in un gruppo Whatsapp ed eccoli che riappaiono tutti, come se non fosse passato nemmeno un giorno.
Vogliono organizzare una cena di classe. Scrivono, scrivono di ricordi, momenti che abbiamo vissuto, parlano tra loro come se fossero ancora in classe, mi sento un pesce fuor d’acqua.
Non ricordo nulla o quasi nulla, per tanti motivi, benchè il liceo mi sia piaciuto molto, ho rimosso quegli anni, non li ho mai ritenuti  il  periodo più interessante della mia vita.

Ho imbarazzo a scrivere nella chat della “mitica sezione” e non posso non chiedermi cosa avesse di mitico.  Mi sento lontana da loro, ero timida allora e mi ritrovo, almeno con loro, timida anche oggi.
Non so cosa hanno fatto in tutti questi anni, non conosco i loro traguardi, non so se hanno dei figli, dei mariti, delle mogli, non so se ho voglia di rivederli, di passare una serata con loro, di raccontargli di me. Forse è la paura di confrontarmi con la me di allora, sono in ansia. No, non so se parteciperò alla cena, che senso può avere dopo tutti questi anni?

Arriverà la fine ma non sarà la fine, sarà un gruppo WhatsApp degli ex compagni di scuola.
(dudek_kvar, Twitter)

Allora?

presumo che si possa anche celebrare un matrimonio, a fine giugno, con 150 invitati tutti ben distanziati senza che nessuno venga a rompere gli zebedei?

Non sarebbe giusto e sacrosanto che a tutte le coppie che stanno rimandando le nozze, alcune per il secondo anno di seguito, a causa del Covid sia concesso di festeggiare come meglio credono?

No, non lo è e, secondo le linee guida stilate dalle regioni, perché il Governo non si è pronunciato su eventuali riaperture per le cerimonie, sono molteplici gli aspetti di cui dovranno tenere conto se volessero organizzare una cerimonia … distanziamento, guardaroba, servizio ai tavoli …

mantenere l’elenco dei partecipanti per un periodo di 14 giorni; di riorganizzare gli spazi, per garantire l’accesso alla sede dell’evento in modo ordinato, al fine di evitare assembramenti di persone e di assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra gli utenti, sarebbe meglio “organizzare percorsi separati per l’entrata e per l’uscita.
Disporre i tavoli in modo da assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra i clienti di tavoli diversi negli ambienti al chiuso (estendibile ad almeno 2 metri in base allo scenario epidemiologico di rischio) e di almeno 1 metro di separazione negli ambienti all’aperto (giardini, terrazze, ecc), ad eccezione delle persone che in base alle disposizioni vigenti non siano soggetti al distanziamento interpersonale”, come i conviventi. Tali distanze possono essere ridotte solo con barriere fisiche di separazione. Laddove possibile bisogna “privilegiare l’utilizzo degli spazi esterni (es. giardini, terrazze), sempre nel rispetto del distanziamento di almeno 1 metro”.
Gli ospiti, dovranno indossare la mascherina negli ambienti interni (quando non sono seduti al tavolo) e negli ambienti esterni (qualora non sia possibile rispettare la distanza di almeno 1 metro). Il personale di servizio a contatto con gli ospiti deve “utilizzare la mascherina e deve procedere ad una frequente igiene delle mani con prodotti igienizzanti”. Inoltre, è possibile organizzare una modalità a buffet mediante somministrazione da parte di personale incaricato, escludendo la possibilità per gli ospiti di toccare quanto esposto e prevedendo in ogni caso, per ospiti e personale, l’obbligo del mantenimento della distanza e l’obbligo dell’utilizzo della mascherina a protezione delle vie respiratorie.
La modalità self-service può essere eventualmente consentita per buffet realizzati esclusivamente con prodotti confezionati in monodose. In particolare, la distribuzione degli alimenti dovrà avvenire con modalità organizzative che evitino la formazione di assembramenti anche attraverso una riorganizzazione degli spazi in relazione alla dimensione dei locali e dovranno essere valutate idonee misure (es. segnaletica a terra, barriere, ecc.) per garantire il distanziamento interpersonale di almeno un metro durante la fila per l’accesso al buffet.
Per eventuali esibizioni musicali da parte di professionisti, si rimanda alle indicazioni contenute nella scheda specifica e in ogni caso devono essere evitate attività e occasioni di aggregazione che non consentano il mantenimento della distanza interpersonale di almeno 1 metro. È “obbligatorio” mantenere aperte, a meno che le condizioni meteorologiche o altre situazioni di necessità non lo consentano, “porte, finestre e vetrate al fine di favorire il ricambio d’aria naturale negli ambienti interni”. “In ragione dell’affollamento e del tempo di permanenza degli occupanti dovrà essere verificata l’efficacia degli impianti al fine di garantire l’adeguatezza delle portate di aria esterna secondo le normative vigenti”. Nei guardaroba gli indumenti e oggetti personali “devono essere riposti in appositi sacchetti porta abiti”

Tutte regole giuste ed è doveroso che ci siano, ma forse per gli aspiranti sposi meglio rimandare le nozze, che se per caso ne sgarrano una saranno costretti a prendere un mutuo per pagare la multa o magari vendersi la casa appena comprata, sempre che l’abbiano comprato, cosa non facile in questi tempi.

Inoltre, c’è la possibilità di mettere in difficoltà gli invitati, specialmente i più anziani, perché non tutti sono così convinti, considerata la situazione, di partecipare ad un matrimonio. Non sono pochi coloro che dicono “Certo con questo virus” “Aspettiamo e vediamo come andrà” “Un pò di paura c’è” ed una di queste persone sono proprio io. Purtroppo non sono interista, ne romanista, ne juventina (anche se il problema non è la squadra ma il contesto) e ho una paura fottuta di questo virus, specialmente dopo che ieri un mio conoscente di 50 anni, sano come un pesce, è finito in terapia intensiva.

Mio figlio ha rimandato, purtroppo ci sarà un aumento dei costi, ma “Fanculo ai soldi” dice lui “mi sposo una volta sola” – “sperem” penso io – “e voglio una festa che sia una festa e non un funerale”. Come dargli torto?

Massì fanculo ai soldi (anche se sinceramente il culo mi gira un pò) ma VIVA L’INTER tutta la vita … del resto, non sono esperta di calcio, anche lo scudetto mi pare si vinca una volta sola o no?


 

Storia di “EL”

Faccio una breve premessa. Il racconto che segue e il precedente della mia socia, L’evento, nascono da un esercizio che ci chiedeva di giocare con le lettere e i numeri di una targa: usare le lettere per il nome di un personaggio, i numeri per l’età, il colore per stabilire il sesso, nel nostro caso donna, e, quindi, inventare una storia.

La mia socia ha preso l’esercizio seriamente, io ho cazzeggiato, ma ultimamente ho bisogno di essere poco seria.

Storia di “EL”

EL, è così che la chiamano tutti da quando è nata ed anche se il suo nome è Esmeralda Lombardozzi lei preferisce di gran lunga essere EL. Veloce, immediato, diretto, perché un conto è dire “Piacere sono EL”, altra cosa dire “Piacere sono Esmeralda Lombardozzi”.  Da piccola, in particolare, odiava dirlo tutto per intero tanto che alla fine doveva sempre riprendere fiato per la fatica nel pronunciarlo. Inoltre, prima di essere Esmeralda, era stata Meradda, Emmeradda, Smeradda e c’erano voluti milioni di tentativi per diventare E s m e r a l d a, mentre essere EL era stato semplicissimo ed anche ora, ormai grande, continuava ad evitare il più possibile “Esmeralda Lombardozzi”.

È una buffa storia del perché la chiamino EL. È sicuramente vero che EL sono le iniziali del suo nome e cognome, ma ciò successe per una serie di strane coincidenze che diedero vita ad una vicenda tragicomica che coinvolse suo padre, Emilio Lombardozzi, il giorno in cui accompagnò sua moglie, in preda alle doglie, in ospedale per partorire.

I due non arrivarono in tempo ed Esmeralda nacque al semaforo di un incrocio tre isolati prima dell’ospedale, in mezzo al traffico ed ai clacson strombazzanti, con un’auto straniera, con la sigla EL nella targa, ferma davanti a loro che bloccava tutto. La signora alla guida aveva terminato la benzina.

A nulla erano valsi i tentativi poco pacifici di papà Lombardozzi di far capire alla signora che aveva fretta e che l’auto in qualche modo andava spostata. Oltre non capire, non voler scendere e nemmeno voler aprire la portiera, alle urla del sig. Lombardozzi “EL42 spostati mia figlia sta per nascereee!!!”, lei spaventata rispondeva soltanto “Police! Police!”

Con quell’auto piantata li, che non andava né avanti né indietro, bloccato nell’ingorgo del semaforo, con la signora Lombardozzi che urlava di non farcela più e che la bambina stava per nascere, Emilio Lombardozzi, che continuava a gridare “EL accidenti spostati, EL ma che fai togliti dal cazzo!”, divenne padre. Un vagito, insieme alle grida della signora Lombardozzi “EL brutta imbecille resta pure dove sei … è nataaaa!”, glielo annunciarono e, dopo aver replicato “E’ nata?” – mentre guardava quella bimba minuscola adagiata sul tappetino dell’auto tutta sporca e con il cordone ancora attaccato alla mamma – iniziò a ripetere quello che diventò il mantra che da ben 42 anni ripeteva ad ogni successo di EL “EL è fatta!”, per fortuna EL era una salutista, non beveva e non fumava, perciò nessuno aveva motivo di fraintendere il mantra del papà.

Si, era fatta! La bimba era nata, furono gli operatori dell’ambulanza accorsa sul posto a tagliarle il cordone ombelicale, sollevarla, avvolgerla con un lenzuolino, soccorrere la mamma e portarle entrambe in ospedale, mentre il papà ancora sotto choc continuava a dire “EL è fatta!”

Fu il papà a scegliere Esmeralda quando gli fu chiesto che nome volevano darle. Era sicuro che quel batuffolino rossiccio come la mamma, da grande, avrebbe avuto anche gli occhi verdi come la mamma, verdi come uno smeraldo, ma si sbagliò di grosso, gli occhi si rivelarono castani. Non poteva, inoltre, dimenticare la coincidenza delle lettere sulla targa dell’auto ferma davanti alla loro “EL” “Emilio Lombardozzi” “Esmeralda Lombardozzi”. No, non si poteva non tenerne conto. Suo papà e sua mamma credevano molto alle coincidenze, al destino e riuscivano a trovare un senso anche alle casualità più strane, mentre lei diceva di essere EL a causa di un pieno di benzina mancato.

Cosa era passato per la testa dei suoi genitori per scegliere quel nome? Se doveva essere un nome che iniziava per E ce n’erano sicuramente di più semplici: Elena, Edera, Elisa … ecco avrebbe voluto essere Elisa, Elisa Lombardozzi … più semplice, elegante anche se con quel cognome trovare l’eleganza non era facile e poi conosceva un’Elisa molto carina e dolce; si avrebbe proprio voluto essere Elisa. Insomma Esmeralda è un nome impegnativo e le sembrava stonato ed anche troppo lungo vicino a Lombardozzi ed inoltre, a dirla proprio tutta, pensando alla triste sorte dell’Esmeralda di Victor Hugo, le veniva da pensare che portasse anche un po’ sfiga. Dio come odiava questa cosa di dare un nome ai figli senza tenere conto del cognome, non che dovessero fare coppia nome e cognome, non avrebbe mai chiamato una figlia Rosa se il cognome fosse stato Chiappa, ma un po’ di armonia tra loro doveva esserci.

È il giorno in cui il marito, Enrico Taddei, la sta accompagnando in ospedale per dare alla luce il loro primo figlio, quello in cui EL, dopo aver notato, proprio davanti a loro, un’auto con la targa che inizia con ET84, ripensa alla storia della sua nascita come, tante volte, le è stata raccontata. Sorridendo pensa a quanto sa essere bizzarra la vita, ma nemmeno la più strana delle coincidenze potrà mai convincerla a dare a suo figlio i nomi Eugenio, o Ettore, o Ernesto, o qualsiasi altro con la E, è inimmaginabile una vita da ET!

Le lettere del proprio nome hanno una terribile magia, come se il mondo fosse composto di esse. Sarebbe pensabile un mondo senza nomi?

(Elias Canetti)

N.b.: ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, il tutto è frutto della mia immaginazione.

Colori

Giallo, arancio, rosso … e arancio scuro … e rosso … e di nuovo arancio e poi giallo  e poi rosso e …

E potrei perdermi dietro a tutto ciò …

E non mi interessa sapere se il momento è giallo, arancio o rosso, poco cambia dall’uno all’altro.

Mi interessa solo non dimenticare quante sfumature di colori esistono ancora con cui dipingere le nostre vite.

Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori.
(Cesare Pavese)