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Dirige l’orchestra (come sempre) il maestro Beppe Vessicchio.

Sono cresciuta a pane e Vessicchio e chi dice il contrario, mi dispiace, ma non è figlio di Maria.

Beppe è sempre stato lì, una presenza costante (virtuale ma potentissima) nella mia vita… e sicuramente anche nella vostra.

È grazie a lui e a Maria se io e la mia compagna di blog siamo diventate compagne di scarpe ed è sempre grazie a loro se, con un manipolo di carampane devotissime alla Depippis, abbiamo girato l’Italia come una boy band con la menopausa.

Per noi, carampane della vecchia guardia, Beppe è stato il nostro faro nella tempesta del trash, l’unico punto fermo in un programma dove il vero talento contava meno del “pongovoto”.

Ora resta solo l’ultimo saluto.

Ma, citando qualcuno (forse Platone, forse un ex concorrente): “Muore davvero solo chi sparisce dal cuore di chi lo ha amato.”

Caro Beppe: con tutti i cuoricini, i meme e i ricordi che ci hai lasciato… tu resterai sempre con tutti noi .

Ventennale: quando Garlasco rimescola tutto

fossa dei mostri - Prioraco

ovviamente il delitto di Garlasco, non si parla d’altro, no?

Ebbene si anche io e la mia socia, insieme per festeggiare i nostri venti anni di amicizia nata nell’etere, ci siamo scambiate pareri sul delitto che in questo momento crea dibattito, e chi siamo noi per non dibattere?

“Hai ascoltato quando Bugalalla ha parlato di commenti cattivi scritti a suo tempo da due donne (forse), che non sono indagate, nei confronti di Chiara?”

“E come hanno fatto a recuperare commenti di venti anni fa?”

“Bugalalla ha parlato di una wayback Machine, che permette di fare dei viaggi nel passato della rete”

E la lampadina si accende … i criceti attivano le sinapsi ed ecco che arriva l’idea: se Bugalalla ha recuperato le chat di Garlasco anche noi possiamo recuperare il nostro primissimo e scanzonato blog dedicato agli Amici di Maria.

Ebbene sì, grazie alla Wayback Machine il nostro blog è risorto dalle ceneri e, rileggere tutti i post e commenti dell’epoca, è stato non solo esilarante ma anche un viaggio nel tempo alla riscoperta di un mondo variopinto, scanzonato e impregnato di rispettosa ironia.

Sorseggiando il caffè, comodamente sedute nella mia cucina dopo i bagordi dei festeggiamenti della nostra “millantata” ventennale amicizia, grazie al viaggio nel tempo abbiamo recuperato il post dell’istante preciso in cui ci siamo conosciutee siamo diventate le mitiche “compagne di scarpe” (i nickname erano altri allora). Oibò dovremo replicare i festeggiamenti il prossimo anno, ricordavamo male, infatti correva l’anno 2006 quando …

Ebbene, eccolo qui il momento, immagino sarà poco interessante per tanti, ma è stato divertente per noi risalirci e se quest’anno per festeggiare l’errato ventennale abbiamo villeggiato, gozzovigliato tra Marche ed Umbria chissà per quello vero che faremo?

Stay tuned: per il ventesimo le scarpe toccheranno suoli sconosciuti, persi tra le rocce di Marte ed il ghiacciaio di Dubai.

Compagne di scarpe

Tutto cominciò per puro caso: una chat su un hosting ormai caduto in disuso, una battuta scherzosa, un interesse in comune o forse, più probabilmente, il destino.

Quando Losanna vide quel nickname si incuriosì: non era poi così diverso da quello che lei stessa avrebbe voluto utilizzare, se solo ne avesse avuto il coraggio.

«Ciao Lalla, sono curiosa… a cosa corrisponde quel numero accanto al tuo nome?»

Maria la sanguinaria, senza volerlo, aveva dato vita a una nuova amicizia che andava ben oltre il suo rinomato format e il Divino — aspirante attore dal sorriso magnetico e dalla grande determinazione — ne era diventato inconsapevole cornice.

Il mondo splinderiano, all’epoca, era popolato da gentaglia come Losanna e la sua nuova amica: gente dedita al cazzeggio e al dolce sputtanamento di sedicenti attori, ballerini e cantanti capitanati da una giovanissima Depippis che,  dall’alto del suo preserale, manovrava un esercito di adolescenti in lacrime e di mamme armate di pop-corn.

Accomunate dall’interesse per quel concorrente, si ritrovarono quindi in una selva oscura popolata da donne con i loro stessi “nobili” interessi e, serata dopo serata, tra un colpo d’anca e un piede in fallo, arrivò finalmente la tanto sospirata finale. Il Divino, inutile dirlo, non salì sul podio. A vincere, invece, fu l’amicizia che nacque tra le cazzeggiatrici e che, negli anni, si rafforzò portandole a viaggiare insieme per tutta Italia, quando tempo, lavoro, soldi e famiglia lo permettevano.

Il Divino, intanto, continuò a inseguire i propri sogni nel mondo dello spettacolo, reinventandosi di volta in volta con la stessa passione che lo aveva portato fino a quel palco.

Maria la sanguinaria, dal canto suo, non mollò il colpo: in un loop perpetuo continuò a collezionare giovincelli e giovincelle con la stessa ostinazione con la quale si collezionano francobolli.

«Sarà il mio numero di scarpe» disse Lalla64.

«Il mio piede è più grande» rispose Losanna, che non aveva mai osato affiancare il 66 al proprio nickname.

Allora siamo compagne di scarpe”, esclamò Lalla64.

Gli anni passarono più in fretta del previsto e il giro di amicizie si ridimensionò: alcune si sposarono, altre si trasferirono, due misero al mondo mezza squadra di calcio e un gruppetto si perse semplicemente per strada. Solo la loro amicizia proseguì negli anni, riuscendo a superare ben quattro lustri e mille imprevisti.

Milano, Perugia, Roma, Rimini, Modena… ogni viaggio era una buona scusa per incontrarsi, ridere dei ricordi, scherzare sulla quotidianità e confidarsi i piccoli drammi di tutti i giorni, sempre con il pensiero a quei due piccoli grandi numeri che avevano dato vita a tutto.

Alla fine, il vero spettacolo non era il Divino o Maria la sanguinaria e neppure le improbabili star del preserale. Il vero spettacolo erano loro: due compagne di scarpe che, tra una risata e un piede in fallo, avevano trasformato una chat qualsiasi in vent’anni di amicizia. E, per fortuna, senza bisogno di un copione.

Una coppa ormai scomoda

Torno a scrivere dopo tanto tempo perché la vicenda di Nicolò Filippucci ad Amici mi ha colpito molto e mi ha fatto venire il desiderio di parlarne un po’.
Quest’anno, per mero campanilismo, ho seguito un poco la trasmissione di Maria De Filippi perché avevo saputo della sua partecipazione. Nicolò è un ragazzo della mia città che non conosco personalmente, ma, non essendo una città immensa, si conosce un po’ tutti, e c’è sempre qualcuno che conosce qualcun altro che conosce quell’altro… così mi è arrivata la voce su Nicolò.

Fin da subito, il suo ingresso nella trasmissione è stato travagliato: se l’è dovuta giocare tra una Pettinelli convinta del suo talento nel canto e un Rudy Zerbi che lo ha ostacolato fino all’ultimo minuto con il suo mantra: “Non mi emozioni”.
Puntata dopo puntata, Nicolò, con le sue esibizioni, che lo hanno fatto posizionare quasi sempre primo in classifica, ha dimostrato di avere talento, veramente tanto talento, da conquistare il pubblico che, nell’unica volta in cui gli è stato concesso di votare (se non ricordo male, durante un pomeridiano), lo ha messo al primo posto.

Ora, non so se questo voto del pubblico abbia, in qualche modo, destabilizzato piani preconfezionati della trasmissione, voglio sperare di no, ma il fatto che Nicolò sia stato eliminato in semifinale, quando sarebbero potuti andare in finale in sei, confesso che un po’ me lo fa pensare.

Quindi Nicolò esce, e cosa succede poi? Il pubblico a casa, che avrebbe votato in massa per lui, si indigna, si sente messo da parte, non rispettato, preso in giro, e riversa tutto il suo scontento sui social. In qualsiasi post sulla pagina di Amici, i commenti – di cui si perde il conto – esprimono scontento per l’esito e, allo stesso tempo, elogiano, a ragione, il loro beniamino.
Numerosi vocal coach si schierano a favore di Nicolò. La stessa Pettinelli scrive un bellissimo pensiero per lui, dicendogli che rimarrà nella storia di Amici. Nel web, i commenti sulla giuria incapace e corrotta, ecc., non si contano.

Alla luce di tutto questo, sono arrivata alla conclusione che, se fossi uno dei ragazzi rimasti in gara, non vorrei alzare quella coppa, perché la produzione, o la stessa Maria, non so chi di loro, è riuscita a renderla scomoda. Quella, per tutti, è la coppa di Nicolò, e chiunque la prenderà, il pubblico lo considererà un usurpatore.
So che tutto ciò è triste da pensare e da scrivere, ma il detto latino recita “Vox populi, Vox Dei, e nei detti c’è sempre un fondo di verità.

Un grazie a Nicolò per le sue bellissime esibizioni e per avermi fatto scoprire che, tutto sommato, la mia penna non è totalmente arrugginita come, ormai, ero convinta.

È virale l’hastag #iononguarderòlafinalediamici … il mio hastag è #hoguardatoamiciemenepento

Quando il merito non basta, è il sistema che ha fallito. (Anonimo)

L’involucro

C’era una volta un involucro.
Non era un involucro qualunque, uno di quei classici involucri di plastica o di cartone che trovi nei negozi specializzati. Era un involucro speciale, in carne ed ossa.
Fin da subito si narrò che al suo interno ci fosse un bimbo ma io questa cosa qui mica l’ho mai creduta (cit.). Come può esserci un bimbo all’interno di un involucro che assomiglia a mia sorella?
Passarono i mesi e l’involucro divenne sempre più grande ed io iniziai a pensare che forse era vero, forse nell’involucro che assomigliava a mia sorella c’era davvero un bambino. Pare, ma questa cosa è tutta da verificare, che quel bimbo fosse dotato di mani e di piedi perchè a un certo punto iniziò a scalciare. Scalcia oggi, scalcia domani, l’involucro iniziò a pensare che quel bimbo sarebbe diventato il più grande calciatore del mondo e si immaginò il suo futuro come suocera di una velina.
Un bel dì il piccolo calciatore padano decise che il campo da calcio era diventato troppo piccolo e iniziò a pestare i piedi: voleva più spazio.
L’involucro chiuse allora la valigia e corse in ospedale.
I medici videro l’involucro e pensando che fosse un pacco di Zalando presero un coltello e tagliarono. Al suo interno c’era un piccolo calciatore che iniziò subito a piangere disperato: il campo da calcio che si era immaginato non c’era. Le persone che si affaccendavano intorno a lui erano vestite di verde e non si capiva a quale squadra appartenessero. Il bimbo, singhiozzando disperato, domandò dove fosse capitato e non ottenendo risposte urlò a gran voce “Rimettetemi dentro e richiudete il pacco, avete sbagliato indirizzo”.
Ma nel giro di poco tempo anche l’involucro, che piangeva a sua volta disperato, si calmò ed il bimbo iniziò a pensare che forse forse non era capitato poi così male. Certo, non c’erano campi da calcio e neppure scarpette chiodate, ma c’era un amorevole involucro che gli offriva del latte caldo, come poteva rinunciare a tutto ciò?
Passarono gli anni e il bimbo si trasformò e da dolce pargoletto diventò un piccolo mostriciattolo.Non che fosse diventato brutto, questo no, anzi con gli anni diventò ancor più carino. Ma l’età dell’adolescenza, altrimenti detta della stupidera, si sa, trasforma qualunque dolce creatura in un mostro a tre teste. Dall’età della stupidera alla giornata odierna il passo è stato breve, anzi BREVISSIMO.

E ora siamo a ventitré
VENTITRÉ ANNI di vivacità, ventitré anni di allegria, ventitré anni DI TE. Auguri piccolo mio, la zia prima o poi ti becca e ti spupazza a dovere 🙂

Ora sei adulto , hai la patente, puoi votare, firmare assegni, comprare una birra ma per l’involucro e per la zia sei e resterai sempre il loro bellissimo cucciolo!!!

“I giovani non possono sapere quello che i vecchi pensano e provano. Ma i vecchi sono colpevoli, se dimenticano che cosa significa essere giovani.

Il fienile

Conobbi Franca in tempo di guerra, lei era una ragazza piena di aspettative ed io un giovane militare in permesso premio. Ci incontravamo di nascosto dai nostri genitori dietro al fienile in fondo a via della Giada e passavamo le giornate chiacchierando e sognando un futuro lontano dal rumore delle bombe.

Ci scambiammo il primo bacio dopo una settimana, lei balbettò felice, fissai le sue guance paonazze e pensai che ero l’uomo più fortunato del mondo.

Ma le nostre vite erano destinate a dividersi, la nave sulla quale ero imbarcato sarebbe partita da lì a pochi giorni, “stai serena” le dissi “tornerò, nulla e nessuno ci separerà”.

Passarono i giorni, i mesi ed il mio pensiero era sempre rivolto a lei.  Nelle lunghe notti di guardia socchiudevo gli occhi ed il suo volto mi appariva all’orizzonte, mi sorrideva, mi incoraggiava e mi scaldava il cuore.

Il periodo bellico fu più lungo di quanto pensassi, le scrissi lettere su lettere che accantonai in una borsa, non ero certo che le sarebbero state recapitate.

Dovetti attendere la primavera del 1945 prima di poter nuovamente rientrare a casa e lei era lì, ad attendermi, con un mazzo di lettere in mano e le guance paonazze: “le ho scritte per te” mi disse, porgendomele timidamente.

Ci sposammo nella chiesa in fondo a via della Giada, la stessa via dove ci scambiammo il primo bacio e Giada fu il nome che decidemmo di dare alla nostra unica figlia.

Ne son passati di anni da quel giorno eppure ancora oggi mi emoziono quando vedo le sue guance arrossire.

 “No Pietro, non qui, non di fronte alla gente” mi disse un attimo prima di questo scatto.

“Dai mamma, cosa c’è di male? E poi… è la NOSTRA via! ”. Clic.


“In un mondo pieno di guerra e odio, il suo corpo è il mio tempio e lei è la mia religione”(anonimo)

Amicizia, amitié, friendship, Yūjō …

e poi senti philia e ti parte il film.

Non so cosa sia successo, ma alcuni giorni fa, mentre stavo lavorando al pc, e di solito sono così assorta che anche dovesse cadere il soffitto non mi accorgerei, ho captato un discorso di Roberto Vecchioni che mio marito stava ascoltando al cellulare, parlava di philia … “Rimetti dall’inizio! Fai sentire anche a me di che parla!”- “Parla dell’amicizia, in greco philia”

Sicuramente che lo si dica in greco, francese, inglese o giapponese l’amicizia resta il sentimento più nobile e alto che unisce due persone, però quel giorno philia, ma soprattutto la definizione che ne ha dato Vecchioni, mi ha portato a pensare molto all’amicizia, al suo valore e significato e a quanto spesso si cade o, almeno io cado, nell’inganno di considerare amicizia ciò che non lo è.

“Philia è amicizia disinteressata, non ci si unisce perchè c’è da guadagnare dall’altro, ma perchè c’è affinità spirituale, perchè l’altro ci completa” questo quanto più o meno ha detto Vecchioni, magari l’avrà resa anche semplice la spiegazione, ma a me è bastata per partire con il mio film.

Ho sempre pensato di avere dei buoni amici e amiche, ma con quanti di loro posso dire che si tratta di “philia”? Pochi veramente pochi, due, tre se la sorellanza si può considerare amicizia, ma credo sia qualcosa di diverso, di ancora più profondo e scolpito dentro di noi. Una delle due amiche scrive su questo blog è la mia socia, quindi dovreste conoscerla e capire la nostra affinità, i nostri interessi comuni, passioni ecc., l’altra è la mia amica di gioventù con la quale basta uno sguardo e ci siamo capite, possiamo anche passare anni senza vederci o sentirci e poi quando ci ritroviamo è come il primo giorno, come ogni momento passato insieme, l’affetto è talmente forte che ogni volta si dice “Basta non dobbiamo più separarci!” ma, purtroppo non siamo noi a decidere: sono le circostanze, gli eventi, la vita, che a volte è veramente bastarda e fa come vuole. Importante è sapere che il pensiero, il desiderio di stare insieme sono sempre presenti e prima o poi tornano ad averla vinta.

Purtroppo non ho le famose amiche di infanzia, quelle si sono dileguate tutte, ma non per colpa loro o mia, ma per l’ambiente in cui sono cresciuta che portava a cambiare continuamente le persone che ti giravano intorno e non ti faceva mettere radici e consolidare le amicizie.

In tutto ciò la lunga riflessione sulla philia è stata non tanto sulle mie due amiche, che sono la mia certezza, ma sul resto delle amicizie quelle superficiali, a volte interessate, spesso a senso unico, sovente bisognose di una discarica per la loro negatività che ti investe in pieno e ti far star male mentre loro trovano il sollievo che cercano. Quante ne ho di queste “amicizie”, sicuramente troppe, negli anni ho potato molto, in silenzio ho chiuso, archiviato e sono andata oltre. Invecchiando sono sempre più esigente nella scelta delle persone intorno a me, selettiva fino ad essere stronza e, di conseguenza, molto più sola, ma sono più soddisfatta del mio mondo, sono serena: me stessa, un libro, un pò di musica, le mie camminate nel verde e sapere che da qualche parte ci sono le mie anime affini con cui mi completo e che basta scrivere un “ciao come va” per attivare momenti di vita seri e profondi o del sano cazzeggio sempre salutare per mantenere la mente brillante.

Buona philia a tutti

IL PONTE

IL PONTE

La macchina si fermò all’improvviso slittando sull’asfalto ghiacciato. Alessandra non aveva previsto quella sosta e soprattutto non avrebbe avuto alcun motivo per fermarsi in quella lurida piazzola spersa tra le colline della maremma. Controllò le luci del cruscotto e, per quanto ne potesse sapere, sembrava tutto a posto. L’unica spia che lampeggiava era quella della luce di posizione, ma erano mesi che sapeva di quel problema e prima o poi l’avrebbe fatta sostituire.

Scese dalla macchina rabbrividendo. Il sole di marzo iniziava a fare capolino tra le nubi ma l’aria era ancora molto fredda. Come il suo cuore.

Si era lasciata alle spalle un periodo difficile ed era consapevole che ci sarebbe voluto del tempo per superarlo. I figli le erano vicino, la spronavano, volevano che ricominciasse a vivere, erano pronti ad aiutarla, ad accompagnarla in qualunque percorso avesse deciso di intraprendere, ma Alessandra era caparbia. Voleva farcela da sola.

Una foglia secca svolazzò tra i suoi piedi, Alessandra abbassò lo sguardo, la foglia rimase immobile per qualche secondo poi un deciso soffio di vento la sollevò come un aquilone. Pochi metri e cadde nuovamente, per poi risollevarsi in una danza ritmica scandita dal suono della natura.

Non sapeva neppure lei perché si era fermata in quella piazzola di sosta, il suo piede aveva pigiato all’improvviso sul freno, forse i suoi occhi avevano visto qualcosa che solo il suo cuore aveva registrato.

Le cime delle montagne innevate facevano capolino tra le nubi bianche. “Deve essere lì”, pensò fissando quell’enorme batuffolo soffice che cambiava forma e direzione a seconda del vento.

Spostò lo sguardo lungo il pendio della montagna e si rese conto che la primavera, nonostante tutto, stava avanzando.  

Ai piedi del pendio un fiume maestoso correva libero attraversato da un ponte di legno che collegava la città vecchia con i nuovi quartieri, costruiti dopo l’ultimo terremoto. Alessandra ammirò i colori delle primule e delle camelie che ricoprivano gran parte del ponte. Un anziano con un cagnolino al guinzaglio si stava apprestando ad oltrepassarlo. Sembrava di vivere in un’altra dimensione, lontano dal freddo, dai ricordi… dai dolori.

Un rumore la distolse dai propri pensieri. Trattenne il respiro, un lamento lontano la fece rabbrividire. Si guardò intorno, la strada era deserta. Scavalcò il guardrail facendosi strada tra le sterpaglie e rovisto’ nell’erba incolta. Poi si fermò per qualche istante, concentrandosi sui rumori che la circondavano, era certa di non essersi sbagliata.

Tornò demoralizzata sui propri passi e si avvicinò alla macchina. Il suo sguardo venne catturato da un angolo della piazzola dove l’incuria causata dall’uomo emergeva in tutta la sua drammaticità. Cumuli di sacchi giacevano abbandonati, in attesa che qualche delibera comunale decidesse di far fronte allo scempio.

“Oh mio Dio!”,  fu la sola espressione che uscì dalle labbra di  Alessandra mentre si precipitava verso un sacchetto chiuso con un legaccio. Un leggero movimento aveva attirato la sua attenzione. Lo sollevò da terra e con fatica riuscì ad aprirlo. Al suo interno un batuffolo dal manto tigrato guaiva con l’ultimo fil di voce che gli era rimasto. “Avrà un mese, forse meno”, pensò Alessandra. Si tolse la giacca e lo avvolse, dirigendosi verso la macchina.

Prima di salire per un attimo tornò a fissare le nubi bianche, poi abbassò lo sguardo verso il fiume. Un ponte in cemento armato, ricoperto da una struttura in metallo, lo sovrastava. Alessandra cercò il ponte di legno, le primule, le camelie, l’anziano con il cagnolino al guinzaglio. Nulla. Tutto sembrava sparito, come se la natura le avesse fatto un brutto scherzo. No, non poteva essere stato un sogno, era certa di ciò che aveva visto.

Strinse a sé  quel batuffolo indifeso e si rese conto che si trattava di un dolcissimo pitbull.  Sollevò lo sguardo, fissò le nubi bianche e un brivido la percorse: oltre quelle nubi si intravvedeva un bellissimo ponte circondato da primule e camelie, il ponte dell’arcobaleno, lo stesso ponte che un mese prima le aveva portato via le sue due Stelle, a tredici giorni di distanza l’una dall’altra. 

Alessandra si asciugò una lacrima, non era il momento di piangere.

Salì in macchina, mise in moto, accese la ventola dell’aria calda ed appoggiò il batuffolo tigrato sul sedile alla sua destra, cercando di ricreare con la propria giacca una sorta di cuccia. Inserì la marcia e mentre si allontanava dalla piazzola fissò le nubi bianche, ringraziando le sue due Stelle per averle donato, ancora una volta, un motivo in più per vivere.

26 maggio 2021

la data dell’ultimo articolo, “Cena di classe …” , su questo blog e poi il nulla. Sia io che la mia socia siamo scomparse, più di due anni di assenza, per l’esattezza 26 mesi ops il 26 si ripete, nella data dell’ultimo articolo, in quella del nuovo, nel tempo passato, forse è da giocare al lotto.

Essì ci siamo un pò perse nelle nostre vite: un pò di stanchezza; un pò di noia; un pò di questo; un pò di quello e perdersi è stato un attimo, ma non ci siamo perse tra noi. La nostra amicizia è salda come una roccia e nell”ambaradan di questi due anni tra alti e bassi, i nostri momenti insieme siamo, comunque, riuscite a costruirli: qualche gita, qualche concerto, qualche chiacchierata via chat sempre conclusa dicendo “dobbiamo riprendere in mano il blog” e tadàààa oggi, finalmente, l’ho ripreso in mano.

Non avevo affatto realizzato che fossero passati 2 anni, anzi più che passati direi che sono volati velocissimi, con calma mi aggiornerò sui blog che seguivo, chissà se sono ancora tutti presenti? Magari faccio l’appello, ovviamente scherzo, ma spero di ritrovarli tutti belli vitali e frizzanti, come li ricordo.

A proposito, se qualcuno è rimasto con la curiosità la cena di classe non c’è stata. La chat che nacque per l’occasione cinguettò un paio di giorni e poi si spense, non si trovò la quadra per organizzare: il giorno, il luogo, il ristorante, ogni cosa era un problema, ma forse come sempre il problema erano le persone.

Insomma sono tornata, ma sento di poter tranquillamente dire “siamo tornate”, perché se conosco, almeno un pò, la mia socia sarà entusiasta di ricominciare.

Ho un articolo sulla punta della penna, una frase che ho sentito oggi e che, oltre farmi riflettere a lungo, mi ha fatto venire voglia di scrivere, quindi non mi resta che dirvi a presto!

#chinonmuoresirivede

Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.



(José Saramago)

Cena di classe …

ed è subito ansia.

Una vita, decisamente una vita che non vedo e sento i  compagni della mia classe al liceo. Ci  salutammo una mattina di inizio luglio davanti ai quadri, esposti nell’androne della scuola,  commentando i voti della maturità e non ci siamo più ritrovati. Quel giorno le nostre strade si divisero per sempre ed ognuno di noi si avviò ad inseguire i suoi  sogni. Non siamo mai stati una classe particolarmente unita, quindi non cercarsi più, in tutti questi anni, è stato naturale. Di alcuni di loro mi sono anche dimenticata nomi e volti, anche la mia compagna di banco, di tutti e cinque gli anni, è svanita nel nulla, non l’ho mai incontrata nemmeno per caso.

Poi, un pomeriggio all’improvviso, mi ritrovo in un gruppo Whatsapp ed eccoli che riappaiono tutti, come se non fosse passato nemmeno un giorno.
Vogliono organizzare una cena di classe. Scrivono, scrivono di ricordi, momenti che abbiamo vissuto, parlano tra loro come se fossero ancora in classe, mi sento un pesce fuor d’acqua.
Non ricordo nulla o quasi nulla, per tanti motivi, benchè il liceo mi sia piaciuto molto, ho rimosso quegli anni, non li ho mai ritenuti  il  periodo più interessante della mia vita.

Ho imbarazzo a scrivere nella chat della “mitica sezione” e non posso non chiedermi cosa avesse di mitico.  Mi sento lontana da loro, ero timida allora e mi ritrovo, almeno con loro, timida anche oggi.
Non so cosa hanno fatto in tutti questi anni, non conosco i loro traguardi, non so se hanno dei figli, dei mariti, delle mogli, non so se ho voglia di rivederli, di passare una serata con loro, di raccontargli di me. Forse è la paura di confrontarmi con la me di allora, sono in ansia. No, non so se parteciperò alla cena, che senso può avere dopo tutti questi anni?

Arriverà la fine ma non sarà la fine, sarà un gruppo WhatsApp degli ex compagni di scuola.
(dudek_kvar, Twitter)