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La Casa di Carta nella Prateria

Incipit by Quarantenastyle

La quinta stagione della Casa di Carta è alle porte e tutti noi ci stiamo chiedendo in che modo gli autori resusciteranno Nairobi e tra quanti anni Sierra partorirà.

Ma cosa sarebbe successo se la rapina del secolo fosse avvenuta nella Walnut Grove di Charles Ingalls ?

Fotomontaggio by Libera-mente

“Signori benvenuti , vi ringrazio per aver accettato questa offerta di lavoro, vivremo qui, isolati dal resto del mondo, per cinque mesi. Cinque mesi nei quali studieremo come portare a termine il colpo del secolo: la rapina alla stazione di posta dei Pony Express.

“Per il momento non vi conoscete e così dovrà essere, non voglio nessun nome, ne domande personali . Voglio che ognuno scelga un soprannome”.

E fu così che io, Laura Ingalls, ho finito per chiamarmi Arizona .

Quello che mi guarda il culo è il Signor Kansas, è ricercato, 27 conti in sospeso con lo Stato, aggiotaggio, commercio abusivo di prodotti alimentari e noto spacciatore di spezie. E’ come uno squalo in una piscina, puoi farti il bagno con lui ma non puoi stare tranquilla .

In ultima fila Alaska, un’inguaribile pettegola. Falsifica i fatti da quando aveva 13 anni. Ora è addetta al controllo degli incassi nel negozio del marito Kansas, probabilmente è pazza e se non stai attento ti trascinerà nel suo vortice .

Al suo fianco la figlia Bloomington. I riccioli biondi celano a malapena la sua anima malvagia. Qualsiasi notizia le giunga , viene riportata amplificata in tutto Walnut Grove. Questa sua specialità l’ha resa particolarmente richiesta dalle zabette di paese e ciò le ha permesso di entrare nelle case e pianificare i furti .

Quello alla mia destra è Washington, ha iniziato la carriera con piccoli furti nelle chiese. È stato arrestato mentre celebrava la Messa della domenica . Nel suo passato truffa, falsa testimonianza, falso in bilancio e occultamento di prove .

E poi c’è Dakota. Per lei ho un debole , è mia sorella maggiore, ha problemi con la vista ma al suo attivo ha innumerevoli contatti con le bande organizzate, è riuscita a mantenere i rapporti tra i membri grazie ai pizzini in braille .

Quello seduto dietro è Minneapolis, insegnante e futuro sposo di Dakota. Al suo attivo piccoli furtarelli nelle fattorie e disturbo della quiete pubblica, fu arrestato per piromania dopo l’incendio di una scuola .

Alla sua destra le gemelle Iowa e Redwood. La loro specialità è quella di non mostrarsi mai insieme , nessuno conosce l’esistenza dell’altra, sono talmente simili che si scambiano spesso i ruoli . Sono specializzate nella rottura di co@@ioni alle sorelle maggiori e quindi anche a me, godono della protezione incondizionata del Professore., nostro padre.

Quella alla mia sinistra è Manitoba, mia mamma. È stata arrestata con le mani nel sacco mentre impastava le pagnottelle . Recidiva, era già stata arrestata per spaccio di lievito madre, ha trascorso gran parte della sua vita tra gli animali della fattoria cercando di insegnare alle galline a produrre più uova.

E infine mio padre , il Professore.

Nessun precedente, nessun documento . Ultimo rinnovo della tessera per la farina a 19 anni. A tutti gli effetti un fantasma .

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Riflessioni by Libera-mente

Dalla “Casa nella Prateria” alla “Casa de Papel”

Dalla “Casa nella prateria” alla “Casa de papel” è stato un attimo.
Un attimo di ben 46 anni, azz ne son passati così tanti?

Ma cosa saranno mai 46 anni nella storia dell’umanità che, tra quelli prima di Cristo e quelli dopo, si crogiola al sole di questo pianeta da circa 200.000 anni?

46 anni … potrebbe essere l’età media, forse un pò di più, di chi sta facendo binge watching proprio ora con la “casa de papel”.
Ai tempi della “Casa nella prateria” se avessi detto binge watching: “che è sta roba?” “ma come caspita parli?” e anche tradotto in maratona tv sarebbe stata la stessa cosa “che?” “Mah!”.

Prima di tutto, in pochi avrebbero conosciuto l’inglese, inoltre le puntate delle serie tv ci venivano centellinate, dovevi aspettare, aspettare episodio dopo episodio. Oggi sono tutt’altro, sono li pronte a nostro uso e consumo “I pay and watch”. Specialmente ora, che siamo in quarantena, alcune piattaforme televisive in tv o in streaming si sono organizzate con la categoria “maratona” dove si possono trovare tutte le serie tv complete, anche la serie “guarda che ti passa”.

Nello specifico dell’articolo quelle che ci interessano o che ci hanno ispirato questa digressione sono la casa nella prateria e la casa di carta. Nella prima si racconta la storia di una famiglia di coloni americani che si svolge tra mille difficoltà per sbarcare il lunario e momenti felici, trattando numerosi temi dall’alcolismo, al razzismo, dall’adozione, alle droghe, ma sempre con pacatezza e senza colpi di scena, forse proprio come eravamo noi in quegli anni, tutti più tranquilli, la vita tutto sommato scorreva bene, la visione della TV era sovente un momento conviviale e seguire una famigliola felice nonostante tutto non era dannoso.

Nella seconda i temi trattati sono principalmente la ribellione e la rivincita verso un sistema corrotto, temi che hanno solleticato la fantasia di tanti, molto attinenti al momento sociale e storico che stiamo vivendo, hanno portato gran parte del pubblico a sostenere la banda e fatto della serie un successo planetario; i colpi di scena sono stati uno dietro l’altro, la tensione fortissima, tanto che la carica attrattiva ci ha tenuti attaccati al monitor con la lingua penzoloni in attesa dell’ennesimo biscotto.

Mi son chiesta cosa sia cambiato in questi 46 anni. Sicuramente il modo di fare TV, le serie sono più coinvolgenti, più dinamiche, l’avvento della tecnologia le ha migliorate con un eccellente utilizzo dell’immagine, degli effetti speciali, ma alla fine continuano a darci quello di cui pensano abbiamo bisogno nel momento, ora come allora.

Però siamo cambiati noi, siamo cresciuti, abbiamo sviluppato la capacità di discernere, di giudicare e abbiamo la libertà di scegliere, anche cosa guardare, al punto che ho anche pensato che aver seguito la casa nella prateria fosse stato un reato, anche se ormai caduto in prescrizione.

Ma torniamo alle nostre due serie: non possiamo escludere che, anche se sono stati sentimenti di ribellione e rivalsa a promuovere l’organizzazione della rapina, per la maggior parte dei protagonisti la, fondamentale, necessità di sbarcare il lunario è ciò che li ha coinvolti nel colpo … e con una rapina alla zecca di stato il lunario lo sbarchi alla grande.

E se la famiglia Ingalls nel lontano 1870 avesse avuto la possibilità di guardare la “Casa de papel” avrebbe continuato la vita nei campi? O, magari, avrebbe tratto una qualche ispirazione?

Home is the nicest word there is.
Casa è la parola più bella che ci sia.
(Laura Ingalls Wilder)

#restiamoacasa

L’uomo nell’uovo

Questo post è quasi una sfida o, forse, un gioco, non so, ma qualsiasi cosa ne verrà fuori sarà tutta colpa di Quarantenastyle che mi ha incitata a scrivere #miparolechiappeevadoavanti

“WhatsAppando” con lei, la mia amica Quarantenastyle, parlando di Pasqua, di torte, di uova, vestiti e scarpe no che questa Pasqua è di moda il pigiama, di come passare questa pasquetta inusuale, non ricordo come o perchè mi è tornato alla mente un’inesistente libro dal titolo “L’uomo nell’uovo”. Dico inesistente perchè, ai tempi in cui risale il mio ricordo, tale libro non esisteva, era solo il frutto di una goliardata da liceali, ma se, nel frattempo, qualcuno lo avesse scritto allora chiedo venia e prometto che me lo procurerò e lo leggerò. Ai tempi non c’era e lo so bene, nessuna libreria della mia città ne era fornita, ricordo ancora lo sguardo perplesso di ogni libraio consultato.

Ma se tale libro fosse esistito?

Sarebbe stato un saggio sulla rilevanza e importanza dell’uovo nelle varie culture dagli assiri, babilonesi o greci, fino ai giorni nostri? Sull’uovo come rinascita o come origine della vita o del cosmo? O una semplice novella sulla vita di un tizio che, per qualche bizzarro motivo, si ritrova a vivere in un uovo?

Preferirei una novella, o una breve storia, magari con un lieto fine. C’è bisogno di un pò di leggerezza in tempi così pesanti.

Però, a ben pensarci, un uomo che viveva in uovo, lo conoscevo veramente.
L’ho conosciuto in uno dei miei fantasiosi viaggi mentali e ne sono rimasta affascinata. Lui era un uomo non molto grande, anzi, direi piccolo e nemmeno troppo giovane, ma non era anziano, forse mezza età o come preferite voi. L’uovo, fortunatamente, era spazioso. Gli consentiva di potersi muovere agevolmente in su e in giù, a destra e a sinistra. L’uomo si era organizzato su tre piani, in basso un piccolo soggiorno con angolo cottura, al centro una camera da letto, abbastanza, spaziosa con un bel letto grande,con sita in un angolo una scrivania su cui faceva mostra di se una pila di libri, mi sembra di ricordare che fossero novelle, sopra la pila di libri una lampada, dalla luce fioca, al centro della scrivania un quaderno semiaperto, ricordo di aver intravisto la scrittura, ordinata, filiforme, leggermente obliqua verso destra. Credo fosse un diario e ne ho dedotto che l’uomo fosse un pò introverso. Ai piedi del letto un tappetto, dai colori non troppo sgargianti, anzi abbastanza sobri, sulle tonalità del marrone, direi molto maschili. Sul letto, sopra un morbido piumone a grandi riquadri sulle tonalità dell’ocra e dell’arancio, il suo gatto che se la dormiva della grossa. Una enorme palla di pelo cremisi, quasi una nuvola, un gatto poco maschile in realtà, forse non lo aveva preso lui, ma si capiva che ora se ne prendeva cura con molto amore.
Al terzo piano, nel punto più difficilmente raggiungibile, sotto quel soffitto un pò a cupola, che dava piacere osservare, perchè dipinto di azzurro, aveva realizzato il suo rifugio, il suo angolo della meditazione, della creatività, il suo posto segreto. Appoggiate qua e la alcune tele, incompiute, con qualche accenno di colore, al centro un cavalletto con una tela su cui, immaginai stesse dipingendo, ma non vedevo cosa o chi. Sul fondo, appoggiato al guscio, spiccava un divano blu cobalto sotterrato da cuscini colorati sistemati alla rinfusa e un plaid, anche lui molto colorato. Forse era proprio quello l’angolo del riposo o della lettura, in terra c’erano anche un paio di riviste forse buttate li o cadute e mai raccolte.
Si era preoccupato di abbellire anche le pareti o meglio il guscio del suo uovo. Aveva appeso foto di famiglia, alcune in bianco e nero altre a colori, ritraevano tutte momenti felici, i soggetti erano radiosi, con gli occhi brillanti di felicità. Qua e la erano appesi alcuni schizzi che lui stesso aveva fatto prima di trasferirsi a vivere li. Il suo preferito era un tramonto in cui il sole, tuffandosi nel mare, sollevava onde in milioni di sfumature dal rosa, all’arancio, fino al rosso fuoco con un’intensità tale che sembrava di essere li, che potevi toccare il sole, il mare e tuffarti in quell’oceano. Poco più su c’era un ritratto, sarebbe stato il suo preferito anche quello, se non fosse che, guardarlo, lo faceva soffrire un pò, forse, troppo. Gli riportava alla mente momenti felici che non esistevano più, che, purtroppo, il tempo si era portato via. Era un ritratto di donna. Non era una donna qualsiasi, ma la sua donna, la donna che aveva amato, con cui aveva diviso gran parte della sua vita. Era un donna bellissima, lunghi capelli castani che simili a onde contornavano il viso e scendevano fino a coprire le spalle. Il sorriso fiero contro uno sguardo dolcissimo. La donna che aveva deciso fosse giusta per lui, con cui aveva esplorato i più begli angoli del pianeta, con cui aveva giocato, discusso, riso, pianto e con cui avrebbe voluto che tutto questo fosse per sempre. Ma il destino non la pensava alla stessa maniera.

Cosa pensava il destino?

Ecco qui comincia il problema, non voglio farla morire sarebbe troppo tragico. La faccio scappare via? Sarebbe una stronza … no non mi piace.
Massì se l’è magnata quella dolcezza di gatto, troppo inverosimile ve?

Ecco lo sapevo oggi come allora … quando, a scuola, il prof ci dava 3 sostantivi per inventare una storia, scrivevo 3 giorni di fila e non sapevo mai come finirla 🤪.

Dimenticavo … l’uovo era cioccolato al latte finissimo 😋 quello che si scioglie in bocca e ti rilassi così tanto, nel godere di tale bontà, che ti perdi in un mondo fantastico e, magari, conosci anche un uomo che vive in uovo.

Quando la tua follia coinvolge l’unico serio in famiglia. Disegno originale di mio marito

C’è qualcosa di delizioso nello scrivere le prime parole di una storia. Non sai mai dove ti porteranno.
(Beatrix Potter)

La nipote in quarantena

“Ciao tesoro de’ zia, cosa stai facendo di bello in questi giorni ?”

“Ciao zia, scusami se non mi sono fatta sentire, ma sono molto impegnata in questo periodo”.

“Ti capisco , cucciola, seguire le lezioni a distanza non deve essere semplice, poi ci sono i compiti, lo studio individuale, eventuali ricerche . Ti capisco perché sono stata giovane anche io (beh, lo sono ancora adesso e se solo provi a smentirmi ti diseredo !!!). ”

“No, zia, è che mamma ha comperato il lievito di birra ed io sto panificando come se non ci fosse un domani .

Piccole nipoti crescono … e crescono bene . Orgogliosa di te ❤️.

P.s. Dopo questa sviolinata mi aspetto come minimo una baguette .

La vita è più bella tra due pezzi di pane (Jeff Mauro)

Tra torte e bucciotti … tradizioni pasquali che goduria!

Ahi … che vita complicata ogni volta che arrivano le festività! Perchè non arrivano soltanto loro, ma anche tutte le tradizioni che si portano dietro da regione a regione.

E, se le tue origini sono da due regioni diverse devi moltiplicare il tutto per due; mica si possono fare ingiustizie! Un pensiero speciale, colmo di comprensione, va a coloro che hanno le loro origini in due regioni diverse e si sono stabiliti in una terza regione, e che fai non rispetti le tradizioni del posto? Evvaiii si moltiplica per tre.

Per mia fortuna debbo solo moltiplicare per due.

Prendiamo la festa del momento la “Pasqua”. Per me è la festività più impegnativa dal punto di vista culinario … ed anche per il mio forno.

Non ho fatto mia la moderna abitudine dell’albero di Pasqua (investo già molto in quello di Natale), un’ortensia e qualche tulipano in casa mi regalano già una bella atmosfera pasqual-primaverile, ma tutte le tradizioni magnerecce sono le mie (segue moto di esultazione stile Crash Bandicoot)

Vi parlerò della mia preferita, altrimenti rischio di farvi prendere 5 o 6 kg solo a leggere, “la torta al formaggio” che solo a scriverne il nome mi sento in soggezione.

Nella mia città “la torta al formaggio” è un’istituzione, come il sindaco, forse anche di più. Ovviamente non c’è forno o panetteria che non la prepari, ma la vera torta va fatta in casa e possibilmente cotta nel forno a legna, perchè anche quella del miglior forno stai tranquilla che “c’ha quil ‘n so che de ‘ndustriale”

Quindi, tre o quattro giorni prima della Pasqua, in ogni famiglia che si rispetti, inizia la grande preparazione della torta, anzi delle torte, non può, mica, essere solo una, minimo 5 o 6. Anzi ad essere precisa le torte non si misurano a numero, ma ad UOVA … “Iolanda quante torte ete fatto?” “Trent’ova, capirè una pel mi fiolo, una pe la mi fiola, una pel dottore, una pel gatto, una pel topo, anzi misà n’avrò da ‘ntride de più che sinnò mia me bastano”

Io ne ‘ntrido (‘ntridere voce del verbo impastare) 10 uova e tutte per me, vabbè per me e la mia famiglia.

Ovviamente non di sole uova è fatta la torta, per ntridere servono altri ingredienti, tutti molto leggeri: lo strutto, l’olio (qualcuno, tipo me, per non farsi mancare nulla, mette anche burro e margarina), latte, lievito di birra (il grande assente di questa quarantena), sale, anche un pò di pepe ha il suo perchè, farina e la “guest starrrr” sua maestà il formaggio, tanto formaggio e di tipo diverso: parmigiano reggiano, pecorino romano, groviera (i buchi si possono non mettere 😝), quest’ultima a pezzi e meglio se irregolari; gli altri formaggi tutti grattugiati, ma qualche bel pezzo di parmigiano ci sta da Dio, si scioglie con il caldo del forno, poi, nel freddarsi, si risolidifica e quando hai la fortuna di mordere la fetta con quel pezzo di parmigiano mmm che goduria. A casa mia basta che ti distrai un secondo che qualcuno, con fare lesto, si frega il pezzo migliore “mmm eppure quando ho tagliato la fetta c’era” 🤔. La quantità degli ingredienti varia da ricetta a ricetta, chi la vuole più “zeppa”, chi più leggera, chi più salata, chi più pepata, ma per ognuno “la più bona” é sicuramente la sua.

Elencati gli ingredienti passiamo all’azione …

Il lavoro inizia la sera prima con la preparazione del “levtino” comunemente detto lievitino, tecnicamente detto poolish.

La mattina dopo, al canto del gallo, si procede ad impastare tutti gli ingredienti.

Per impastare, siccome, io so’ moderna, uso la planetaria, ma non essendo l’unica moderna, ormai la usano un pò tutti. Una volta, invece, facevano tutto a mano e dalla bravura nell’impastare dipendeva la riuscita della torta. Toccava de “ntride forte! dajeee!”, solitamente, spettava all’uomo il compito.

Finito di fare l’impasto si passa alla suddivisione dello stesso nei vari contenitori in cui, dopo la lievitazione, si cuocerà.

E la lievitazione è importantissima, perchè le torte “on da cresce” e bene, anche il minimo sbalzo di temperatura o un soffio di vento potrebbe far esclamare “enno argite giù!” Sia mai!

Quando, dal luogo di lievitazione, le porti al forno lo devi fare come se fossi in processione, in silenzio, trattenendo il fiato, perchè “non sonno da move sennò arbutton giù”

Questo è il risultato a fine cottura.

Solo quest’anno, non essendo umbra, ho scoperto che il rito delle torte è accomunato ad un altro, quello dei “bucciotti”

I bucciotti? Si una sorta di bambole che vengono fatte con l’impasto che avanza dopo la suddivisione dello stesso nelle pentole. Un tempo li facevano come regalo ai propri figli e c’era la gara a chi li facesse più belli.

Ovviamente mica dei bucciotti fatti tanto per fare, ma curati nei dettagli e rigorosamente maschio e femmina.

E augurandovi una buona Pasqua, mentre mi accingo ad andare ad addentare qualche leccornia pasquale dalla mia dispensa, vi lascio i bucciotti migliori (secondo me), scovati in rete, che hanno partecipato vincendo alla fashion week pasquale.

“La tradizione non si può ereditare e, chi la vuole, deve conquistarla con grande fatica” Thomas Stearns Eliot

.

La Quarantena cicciosa

Hai presente quando hai quella strana sensazione allo stomaco, come un leggero languorino che manco Ambrogio riesce a soddisfare?

È una sorta di via di mezzo tra “voglia di pizza e voglia di ciambella al cioccolato”. Il giusto compromesso potrebbe essere una pizza alla nutella ma io non mi piego ai compromessi e decido di cucinare entrambe.

Che le danze abbiano inizio .

Lievito e farina di certo non mancano perché ho fatto razzia nei supermercati quando ancora Conte ci consentiva di partire da Milano alla volta di Canicattì , ma le uova sono terminate . Il pusher di paese non le fornisce più , la richiesta è troppo alta e le galline si rifiutano di deporre oltre il normale orario di lavoro, anche perché il loro codice Ateco non è contemplato dal nuovo DPCM.

Anche il latte è terminato e… no, mi rifiuto categoricamente di cucinare una ciambella vegana . Sarà anche buona, non lo metto in dubbio, ma già ci stiamo privando della libertà, facciamo che almeno la ciambella sia cicciosa , altrimenti nisba.

E nisba sia!

Abbandonato il progetto ciambella parte la fase due : il progetto pizza cicciosa.

La scelta degli ingredienti per condire una pizza cicciosa richiede una laurea in chimica e un master in scienze della pizza , ma io me ne frego e dopo aver visto tutte le puntate di breaking bad decido di mettere in campo l’artiglieria pesante . Peperoni , gorgonzola, tonno … ma ecco che dal fondo del frigorifero fanno capolino würstel e salame piccante: vorremmo mica abbandonarli li, soli soletti ! La mozzarella ovviamente non può mancare e neppure le patatine che coi würstel si sposano che è un piacere.

Manca però un tocco personale , qualcosa che la renda unica… quasi quasi ci metto UNA PERA ! (la sapete vero quella del contadino del formaggio e delle pere ?).

Perfetto la teglia è pronta, ora via, tutto in forno e mentre la cicciosa cuoce io mi preparo un bel drink: acqua limone e bicarbonato .

Prosit .

“Anche le situazioni peggiori migliorano con una buona pizza.” (Ryan Reynolds)

Pasqua in Quarantena

Chi l’avrebbe mai detto , 4 mesi fa, che avremmo passato la Pasqua chiusi in casa coi nostri familiari . Non che la cosa mi dispiaccia , anzi !

In questo periodo di reclusione ho imparato a rivalutare gli affetti , a comprendere ciò che mi fa star bene accantonando tutto il resto, ho capito che la vita è una sola e che vale la pena viverla in pieno .

Ho imparato che basta poco per essere felici , un sorriso, un complimento , un chilo di farina, un cubetto di lievito trovato sul fondo del congelatore.

Ho imparato che non tutte le ciambelle escono col buco ma l’importante è che siano ben cotte perché quel che conta non è l’apparenza ma la sostanza .

Ho imparato a dare valore al tempo , magari imprecando davanti alla coda al supermercato, ma apprezzando il tempo che posso dedicare a me stessa.

Ho imparato a vivere, a sorridere, a gioire.

Ho re-imparato ad amare .

Ciò che il bruco chiama fine del mondo , il resto del mondo chiama farfalla (Lao Tze).

“Eravamo partiti bene …”

Eravamo partiti bene, come a voler prendere il “virus” per le corna.

“Da domani tutti a casa, l’Italia si ferma”

Ebbene si, è stato un pò un colpo al cuore, ma la reazione è stata fulminea.

L’Italia si ferma sì, ma non gli italiani!

Perchè gli italiani hanno il sole dentro, il mare, la montagna, il colore dei tramonti, tutto ad alimentare la loro fantasia e hanno l’arte e hanno la voglia di vivere.

Ed allora un bisbiglio, partito da non si sa dove, li ha trasformati in artisti da balcone, da finestra ed anche da tetto.

Nel silenzio delle città e dei paesi dai balconi, dai tetti e dalle finestre, all’imbrunire, si sono alzati canti, concerti improvvisati, applausi agli inconsapevoli protagonisti di questo momento, ai medici, alle forze dell’ordine, qualcuno ha applaudito anche il vicino.

Si è sentito per qualche minuto il suono della vita.

Sempre sui balconi o alle finestre, per rassicurarci che “andrà tutto bene”, sono spuntati arcobaleni.

Ha fluttuato nell’aria il desiderio di farcela.

Poi hanno iniziato a sfilare bare. Nel silenzio della città hanno sfilato camion militari,  con le salme di nonni, tanti nonni,  di genitori, di amici, di medici, degli stessi inconsapevoli protagonisti che il nemico invisibile si è portato via insieme ai canti e agli applausi che hanno iniziato a sembrare fuori luogo, irrispettosi, lasciando spazio al dolore, alla paura, alla tristezza, al silenzio della morte.

I balconi si sono svuotati, le finestre si son chiuse e il virus ha segnato il primo punto.

Eravamo partiti bene, come a voler prendere il “virus” per le corna, ma il virus ha preso noi.

Però, un applauso lo farei, un canto lo intonerei … per coloro che se ne sono andati, nel silenzio e in solitudine, lasciando vuoto e dolore in altre vite, coloro che hanno combattuto, perdendo, la loro battaglia confortati solo dagli eroi di questo tempo strano, inaspettato e a momenti incomprensibile, per dire loro “non dimenticheremo mai”

Nulla di quello che accade all’uomo deve risultarci estraneo” Papa Giovanni XXIII

La QUARANTENA negli anni ‘80

Cosa avremmo fatto se la Pandemia si fosse sviluppata negli anni ottanta ?

Da un punto di vista informatico poco o nulla: i computer erano agli albori e in pochi li possedevano, i sistemi operativi non avevano nulla a che vedere con quelli odierni, ma noi non avevamo idea di quanto l’informatica avrebbe influenzato le nostre vite e col nostro bel joystick tra le mani ci sembrava di raggiungere la luna a cavallo di giochini salvati su “modernissime” musicassette. I più zelanti avrebbero trascorso intere giornate “caricando” manualmente i programmi pubblicati su riviste specializzate e trascrivendo, riga dopo riga, i comandi in basic :

10 let a=100

20 let b=300

30 let c=a+b

40 if c=400 then goto 10 (…e buon divertimento !)

50 if c>500 then “che ca@@o te ne frega, tanto fa 400”

Avremmo comunicato attraverso una cornetta, ma i più audaci avrebbero utilizzato il fax per inviare foto scattate con la Polaroid. Sicuramente si sarebbero limitati al viso, negli anni ‘80 gli unici uccelli fotografati (e divulgati) avevano le ali, Playboy et similia a parte.

I leoni da tastiera avrebbero avuto a disposizione delle fantastiche Olivetti, erano gli anni in cui i copincolla avvenivano con carta carbone e gli errori si correggevano col bianchetto. I capolavori sarebbero stati pubblicati mesi dopo sui giornali nazionali, le richieste delle ragazzine su Cioè e le ciofeche avrebbero riempito i cestini delle Redazioni .

Le audiochiamate sarebbero avvenute tramite baracchino CB, indimenticabile conference-call degli anni di piombo, dove il nickname era un marchio di fabbrica e non richiedeva alcun login . Le chat , scritte a mano o stenografate sulle cartoline , viaggiavano tramite posta ordinaria, per i messaggi più urgenti ci si affidava ai piccioni viaggiatori.

Restare a casa sarebbe stato meno traumatico, soprattutto nei weekend dove già si circolava a targhe alterne.

Gli alunni avrebbero perso l’anno scolastico a meno che il Governo avesse ritenuto istruzione la visione del Mondo di Quark di Piero Angela.

La spesa non sarebbe stato un problema, i centri commerciali erano pochi e la gente era abituata al negozietto di quartiere che vendeva di tutto, dalla carta igienica al prosciutto cotto passando ovviamente per lievito e farina.

E le uova ? rigorosamente prodotte da galline allevate a terra, venivano spacciate dal pusher di quartiere che, per poche lire, riforniva tutto il vicinato .

Sicuramente il lockdown sarebbe stato un problema ma la gente avrebbe preso il tutto con maggior filosofia o… rassegnazione.

“La solitudine è tale solo se ce l’hai nel cuore, altrimenti è pace, è serenità“ (Raffaella D.)

#lontanimauniti

Quarantena cooking

“Impara a cucinare, prova nuove ricette, impara dai tuoi errori, non avere paura, ma soprattutto divertiti.”
(Julia Child)

Alla quinta settimana di una quarantena che avrei dovuto passare tra libri, serie tv, film, letto e divano in realtà ho, poi, sfornato: pane, in tutte le sue varie forme ed essenze sfilatini, panini, pagnottine, ciabatte, baguette, pagnotte, integrale, ai cereali … pizze, provando tutti i vari metodi con le pieghe, senza pieghe, plissettata, stirata, inamidata … dolci dai croissant, ai bomboloni passando per crostate, maritozzi e meringhe … per non parlare, poi, di primi, secondi e contorni. #nondisolopaneviveluomo

Il divertimento e la soddisfazione nel dire ai miei cari “l’ho fatto io per voi” sono stati tanto, ma, ora, mi si presenta un problema assai grosso, anzi, direi pesante …

LA BILANCIA

e, poichè ad ogni problema c’è una soluzione …

ho spostato la bilancia fuori … tanto non posso uscire 🤪

#restoacasasonmicamatta