Alla fine c’era andata, forse più per curiosità che per altro, voleva vedere coi propri occhi fin dove sarebbe arrivata la stupidità umana .
Ma subito se ne penti’. “Dovrei essere altrove”, si disse ripensando a quello stupido meme condiviso su Facebook da chi crede ancora in Babbo Natale… ma sì dai, lo conosci anche tu, è quello del fiume, della riva e del cadavere che passa.
Prese un sassolino e lo lanciò nell’acqua sollevando un leggero schizzo gelido che le bagnò la caviglia.
“Che te frega, Patrizia , tu vacci”, l’aveva incoraggiata suo cugino Alessandro, “è un modo come un altro per stargli vicino e stai serena, ce la farà…”.
Narra la leggenda che tanto leggenda non è , che a monte del fiume Zaffiro, dietro al Garlente, avvengano strani riti tribali accompagnati da sacrifici umani … no, tranquilli, niente di macabro o passibile di denuncia . Molto più semplicemente un gruppetto di giovani idioti si riunisce saltuariamente portando con se’ un cospicuo quantitativo di cibo e di alcol. All’iniziato di turno viene concessa la facoltà di bere e di mangiare, anche a piccolissimi sorsi o bocconi , a condizione però che ciò avvenga ininterrottamente per 12 ore di fila. Se l’imberbe adepto non dovesse riuscire nel proprio compito , tutti i suoi averi compresi abiti, soldi e cellulare verranno gettati nella corrente del fiume ed il suo corpo nudo lasciato al pubblico ludibrio .
“Corre voce che il rito sia iniziato ieri sera”, insistette quella mattina Alessandro, con un messaggino su whatsapp , “il tam tam del liceo dice così “.
Patrizia si sollevò da terra pulendosi meccanicamente i jeans, si sedette su un masso sul greto del fiume e attese paziente. Sapeva bene che l’iniziato di turno sarebbe stato Daniele, tra di loro c’era molto di più di una semplice infatuazione, ma era consapevole di non poter fare nulla, senza quel rito difficilmente sarebbe stato accettato dai suoi compagni di liceo e a quell’età , si sa, sentirsi accettati è di vitale importanza. “Dimmi la verità, Daniele , è in questi giorni, vero? Ho visto che hanno già creato l’evento su Facebook”, gli aveva chiesto qualche giorno prima. Ma Daniele non voleva preoccuparla e poi tra le regole della confraternita c’era quella di non rivelare a nessuno la data degli eventi.
Patrizia guardò il fiumiciattolo sperando in cuor suo di non veder affiorare nulla, segno che il rito, per quanto idiota , s’era concluso vittoriosamente.
Scrutò a monte e poi a valle. Accampati lungo la riva i ragazzi dell’ultimo anno sembravano avvoltoi in attesa di fiondarsi sulla preda, ma al posto degli artigli sfoggiavano cellulari con fotocamere da far invidia ai tecnici della Nasa. “Idioti” pensò Patrizia accarezzando l’acqua gelida . “E idiota anche lui, che non è riuscito a dire di no a questa stronzata ”.
Prese in mano il cellulare e aprì la pagina Facebook creata dalla confraternita di bimbiminkia, “perché è questo che sono”, si disse. Al suo interno la narrazione del rito, senza nomi, senza riferimenti temporali, senza nulla che potesse insospettire il direttore didattico, anche se Patrizia era certa che ne fosse al corrente. Nella parte superiore un riquadro lasciato in bianco avrebbe ospitato un piccolo video con l’esito dell’iniziazione: il lancio degli abiti nel fiume o la consacrazione con tanto di rasatura del cranio .
Patrizia ripose il cellulare nello zainetto, sopra agli abiti che aveva preso dall’armadio di suo fratello “tanto hanno la stessa taglia” si disse.
Sapeva che Daniele era determinato e che avrebbe portato a termine il rito “ma non si sa mai, anche perché non regge l’alcol, se dovesse farcela gli ci vorranno giorni per riprendersi dalla sbornia”, aveva detto poco prima ad Alessandro, mentre riponeva nello zaino oltre a jeans e maglietta anche un bel thermos di caffè .
Ma se le cose fossero andate male, avrebbe almeno cercato di togliere a Daniele l’imbarazzo della nudità .
Frammenti della loro relazione, seppur iniziata da poco, le tornarono alla mente. Il loro primo bacio, la loro voglia di spingersi oltre ma il timore di non essere ancora pronti, la necessità di comprendere meglio i rispettivi sentimenti. Per Patrizia sarebbe stata la sua prima volta e ci teneva affinché fosse indimenticabile.
Improvvisamente delle voci sovrastarono il mormorio dell’acqua e divennero via via sempre più concitate.
Qualcosa stava avvenendo .
Scrutò attentamente il fiumiciattolo poi prese in mano il cellulare. Il riquadro era ancora bianco .
Guardò il sentiero che costeggia il fiume stringendo con forza lo zaino, pronta a correre in suo soccorso qualora fosse stato necessario, sperando così di limitare al massimo la gogna fotografica.
Poi un improvviso refresh e sulla pagina di facebook si materializzò una foto , Patrizia lo vide, era stanco, provato, sicuramente brillo, ma con lo sguardo fiero di chi ce l’aveva fatta. Fissò quel cranio lucente leggermente bitorzoluto; la folta capigliatura mora che aveva accarezzato tante volte era sparita, rasata dal branco di bimbiminkia. Ricresceranno, si disse.
Salvò velocemente sul cellulare la foto prima che la pagina venisse definitivamente cancellata, tirò fuori dallo zaino il thermos, lo aprì e bevendo un sorso di caffè tirò un sospiro di sollievo.
Il rito si era compiuto. Domani sarebbe stato un altro giorno, altri “cadaveri” sarebbero passati lungo il fiume, ma per lui, per loro, tutto ciò sarebbe stato un piacevole ricordo … da raccontare ai nipotini . Chissà !
Quello dove io e Liberamente, la mia compagna di blog e di scarpe, abbiamo raccontato il giochino del “dammi tre parole…“ma che non siano sole cuore e amore”.
Ebbene, il post che avete appena letto è il frutto di tutto ciò.
Le parole chiave? GIOVANI, FIUME, FRAMMENTI.
Ora tocca a te, Liberamente, a che punto sei con GAMBO CIBO e DISEGNO?
Vi va di giocare con noi? Scriveteci tre parole, le trasformeremo in un post 🙂
Alle volte le serate migliori nascono così, per puro caso, con tre semplici parole. Ed è proprio in questo modo che io e la mia compagna di blog ci salutiamo ogni lunedì sera. Con tre semplici parole, scelte a caso nel casino della nostra mente o nel libretto delle istruzioni della lavastoviglie dopo una serata giocosa trascorsa in compagnia di un libro, di un computer e di una connessione alla rete… e con queste tre parole ci ripromettiamo di rivederci il lunedì seguente.
Sette giorni, sette lunghe giornate nel corso delle quali riflettere per riuscire a scrivere qualcosa di leggibile e che racchiuda quelle tre semplici parole che, come canta Mina, potrebbero essere semplicemente “parole parole parole, parole soltanto parole, parole tra noi”.
E se ancora non fosse chiaro, lo riassumo in soldoni: “ci assegnamo a vicenda tre parole scelte a cazzum e con quelle dobbiamo costruire una storia da condividere sul blog la settimana seguente”.
Il mio compito per questa settimana ? “GIOVANE FIUME FRAMMENTI”.
A domani, con “L’INIZIAZIONE”
“Patrizia guardò il fiumiciattolo sperando in cuor suo di non veder affiorare nulla, segno che il rito, per quanto idiota , s’era concluso vittoriosamente”
A volte non mi basta chiudere gli occhi e tornare indietro, in alcuni momenti vorrei proprio un vero tasto rewind.
Riavvolgerei il nastro della mia vita, non per il desiderio di cambiare qualcosa, ma solo per rivivere, rivivere e rivivere fino a sfinirmi tutti i momenti felici.
Aperta la porta il suo sguardo cadde sul grande tappeto persiano al centro del salone. Un cagnolino, che ad occhio stimò sui 20 cm, vi camminava sopra a stento. Non appena la vide si diresse verso di lei. “No non posso” pensò guardandolo tra il terrorizzato e il tenero “non posso portarlo a casa. Adesso è piccolo, è tenero, ma poi cresce, diventa gigantesco, cattivo e mi morde” fece qualche passo indietro come per andarsene “Mamma! Mamma! Guarda cha carino, portiamolo a casa dai!” gridarono in coro i suoi figli entrati dietro di lei “Bambini non posso, lo sapete ho troppa paura, non ce la posso fare” “Si mamma ce la farai! E poi non dovrai fargli nulla ci penseremo noi”. Non sapeva cosa fare, sapeva che se avesse accontentato i bambini adottando quel cucciolino, di cui altri cercavano di disfarsi, in casa sua sarebbe scoppiata una guerra. Suo marito non voleva, lei aveva paura. Non lo avrebbe mai toccato o preso in braccio e lasciare tutta la responsabilità di accudire ed educare un cane a dei bambini era da incoscienti. Mentre tutti i suoi film mentali di morsi o aggressioni si affollavano e scorrevano veloci i bimbi erano già sul tappeto che giocavano con il cucciolo. Erano felici, ridevano, saltavano. Li osservò a lungo e disse “E come vorreste chiamarlo?” “Lucky con il CK mamma! Quindi lo prendiamo?” “Si anche se non so quanto sarà fortunato, io non ne voglio sapere nulla, non lo toccherò mai, non lo porterò fuori ed il papà si arrabbierà tantissimo con me, perché ve le do sempre tutte vinte e perché ha detto chiaramente che non vuole un cane in casa” Era inverno, fuori era molto freddo, avvolsero il cucciolo in un panno, lo misero in una scatola da scarpe ed uscirono. Il più grande dei bambini teneva la scatola molto saldamente perché non capitasse nulla a quel tesoro prezioso.
È così che iniziò l’avventura della mia famiglia con il nostro amatissimo “Lucky con il CK” che dopo 17 anni di amore incondizionato quest’oggi ci ha lasciati tra le carezze e le coccole, travolto dall’affetto di tutti noi che non riuscivamo a staccarci da lui.
Lucky, in questi diciassette anni, mi ha e ci ha insegnato molto. Innanzi tutto cos’è l’amore. I suoi occhi ne sono sempre stati pieni, strabordavano di amore. Amore puro, incondizionato, un amore immenso dato in cambio di una carezza, un sorriso, una coccola, un croccantino, un nulla. Si! Ci amava anche quando non avevamo nulla per lui. Gli bastavamo noi, con i nostri pregi e difetti, anche solo la nostra presenza silenziosa era per lui motivo di felicità.
Ci ha insegnato il valore dell’amicizia, sempre pronto ad accogliere chiunque con il suo scodinzolio e le sue feste. Ci ha insegnato ad apprezzare chi è diverso da noi grazie alla sua amicizia con i gatti di mia sorella e ad ogni cane di qualsiasi colore o razza che incontrava, lui scodinzolava sempre a tutti, voleva giocare, correre insieme a loro. Ci ha insegnato il valore dell’accoglienza quando, ormai grande, ha visto arrivare in famiglia un nuovo cucciolo. Lo ha accolto con amore, facendogli da nonno e condividendo, ogni volta che il cucciolo veniva a trovarci, i suoi spazi con lui.
Lucky con l’amore che ci ha regalato a profusione e con i suoi insegnamenti ha reso la nostra famiglia una famiglia più ospitale con il prossimo, una famiglia più aperta e meno egoista.
Lui era “l’amore mio” ” il mio cucciolotto” … quando gli dicevo così le sue orecchie si addrizzavano e la sua coda non si fermava più. L’ho amato come non avrei mai pensato, è cresciuto, ma non è diventato enorme come credevo, ma anche fosse stato, lo avrei amato immensamente lo stesso. A me in particolare ha insegnato l’amore per gli animali, in ogni cane che incontro non vedo più un potenziale pericolo, ma solo amore, tenerezza e dolcezza e non posso che essergliene riconoscente. Lasciargli intraprendere il suo viaggio verso il ponte dell’arcobaleno è stato doloroso, ma poi quando ho guardato il cielo ed ho visto che aveva un colore stupendo, oggi era di un azzurro cangiante, si intravedevano altri colori, ho capito che è stato giusto così. È tornato a scorrazzare felice sui verdi prati, a giocare con i suoi amici fino a quando saremo di nuovo insieme.
Cosa posso dire? È dolorosissimo separarsi da un amore così grande, ma è un amore che va vissuto per capirlo e per crescere umanamente e interiormente. Il mio consiglio è: non indugiate, non abbiate paura a far crescere i vostri figli con un cucciolo ne usciranno sicuramente molto forti e ricchi d’amore e ricevendo tanto amore disinteressato sapranno donarne altrettanto.
“L’amore per un cane dona grande forza all’uomo” (Seneca)
Sapeva che se avesse varcato quella soglia nulla sarebbe stato più come prima.
Avanti, si disse, non è difficile.
Avvicino’ la mano alla maniglia , l’abbasso’ e con uno scricchiolio la porta si aprì. Un leggero profumo speziato la avvolse e finalmente realizzo’ di aver preso la decisione più saggia della propria vita .
Ora non le restava altro da fare che seguire delle poche e semplici regole e nel giro di poco tempo tutti i tasselli sarebbero tornati al loro posto .
Le tette si sarebbero distinte dalla pancia . I glutei sarebbero tornati sodi. Il mento, quello secondario, sarebbe stato riassorbito lasciando il posto a quello di default, le cosce avrebbero smesso di fare ciac ciac una contro l’altra e le ali di pipistrello sarebbero tornate a definirsi avambracci .
Laura si voltò per chiudere la porta dietro di se’ e per un lungo istante fisso’ la targhetta con la scritta rosso fuoco. Non era la prima volta che leggeva quella scritta ma solo ora aveva realizzato il valore intrinseco di quelle tre semplici parole . No, non sarebbe tornata indietro, ormai il primo passo era stato fatto . Chiuse con cura la porta alle sue spalle, sollevo’ il mento, inspirò profondamente e … buon anno ricco di buoni propositi a tutti .
Quando sai quello che vuoi, e lo vuoi con abbastanza forza, troverai un modo per averlo. (Jim Rohn)
Avevo deciso che non lo avrei festeggiato, che non avrei fatto l’albero e non avrei addobbato la mia casa da perfetta natalosa che sono “Tanto non verrà nessuno, i ragazzi non ci saranno”, mio marito si è rifiutato di assecondarmi in questa deriva di tristezza natalizia e in un batter d’occhio, a differenza degli altri anni in cui lo dovevo implorare perchè andasse a prendere gli addobbi in garage, un giorno, rientrando in casa, ho trovato tutti gli scatoloni pronti nel mio soggiorno … mi ha praticamente costretta: o passavo il Natale con gli scatoloni in casa o davo forma al tutto. Ramo, dopo ramo, lucina dopo lucina, il mio albero ha preso forma, le palline sono andata al loro posto, i carillon hanno iniziato a suonare ed ora sono felice di non averlo deluso, né lui né il mio pelosetto che, ormai anziano e malato, sembra stia apprezzando molto il clima natalizio.
Un augurio a tutti voi di Buon Natale, forse non sarà un Natale di grandi feste, di luci scintillanti, di tanti doni, sarà sicuramente un Natale più intimo, più familiare e spero sarà l’occasione di riscoprire il vero significato di questa festa.
“Il Natale non è un tempo, né una stagione, ma uno stato d’animo” (Calvin Coolidge)
“Beh? Che voleva quella? “ “Cazzo ne so, si sarà sbagliata! “ “Sì, certo come no? e s’è sbagliata pure con la targa…come s’è sbagliato quello di Firenze … e poi che hai fatto, gliel’hai data la cassetta?” – “Per forza, quella stronza stava chiamando la pula, sì ma se domani non me la riporta vado a casa sua e le faccio un culo così”. Non era la prima volta che Francesco si smentiva in questo modo, probabilmente non se ne rendeva neppure conto. “Ma se hai detto che non sai chi è, come fai ad andare a casa sua?” Francesco rimase per un attimo in silenzio, si morse il labbro e poi, con tono basso ma secco, rispose “Dove cazzo sei stata questo pomeriggio? Ho chiamato a casa e non hai risposto!”
Il telefono squillò una domenica di inizio estate. “Pronto, sì è mio marito, non è in casa, posso riferire qualcosa?” all’altro capo una voce con forte accento toscano la apostrofò “DiHa a quel HHojjone che se si azzarda ancora a molestare una disabile lo ammazzo personalmente, Harolina non si tocca, chiaro?”. “Con chi parlo, mi dica almeno il suo nome”. “Vanni” e riattaccò. Laura rimase a lungo con il telefono appoggiato all’orecchio. Che faccio? Chiamo il 112? Il 113? Il 118? Che numero si fa in caso di emergenza? Alla fine desistette, per vigliaccheria , per non finire sulla bocca di tutti. “Lo sai? Tè sentì? Sì sì propi chel là. A’ man dì che al fasea ul spurcasciun …”. No, non ce l’avrebbe fatta a sostenere gli sguardi e le parole lasciate a metà dalle solite comari che si accampavano sui gradini dei plessi scolastici ad attendere che i loro pargoli finissero di denigrare il compagno di banco . “Ma stavolta non la passa liscia” urlò a sé stessa mentre riagganciava con forza il telefono. “Ti dice niente “Carolina”?” Lo affrontò così, d’impeto, senza preamboli, appena rientrò per cena. “Carolina chi, quella della Pizzeria? Che dovrebbe dirmi?” rispose con una risata forzata, muovendo la testa a scatti alla ricerca di un punto di ancoraggio, qualcosa che gli permettesse di non cadere nel precipizio e lo trovò . “Che si mangia stasera? C’è un profumino fantastico, che hai fatto, pasta al forno? Mmmhhh deve essere fantastica”.
“CICUTA! ” sbottò Laura “cicuta rosolata con pancetta ed una manciata di parmigiano, poi vediamo dove va a finire la tua boria, smettila di fare il cretino. Ca-ro-li-na, Carolina la toscana, cos’hai da dire!” “Non so di chi cazzo parli e non me ne fotte una sega”, urlò Francesco a pochi centimetri dal suo volto, il suo sguardo era torvo e le pupille parevano sfere d’acciaio. “Che succede, pà, perché alzi la voce?” “Nulla, Paolo, nulla, stiamo solo parlan…. Va’ che sei sporco di sangue, lì sotto al mento, un po’ più a destra, ancora un po’, ecco sì, lì così…tieni, pulisciti e non usare le lamette vecchie. Dai, torna in camera tua, io e mamma stiamo solo parlando è che lei è la solita, lo sai, fa sempre così. Ti chiamo quando è pronto e dì ai tuoi fratelli di abbassare lo stereo. Laura, dacci un taglio, non so che ti frulla per la testa ma vedi di toglierti quelle strane idee, Paolo ti ho detto di andartene in camera tua, cazzo non ascolti mai!”. Ma Paolo non aveva nessuna intenzione di schiodarsi dalla porta della cucina, appoggiò la schiena allo stipite, incrociò braccia e gambe e rimase immobile, fissando i genitori attraverso le lenti degli occhiali da vista, consapevole che la sua presenza avrebbe raffreddato gli animi. E Carolina svanì, nel cassetto degli orrori custodito da un Barbablù con le pupille d’acciaio.
“Allora, Che ci facevi in quel bosco?” Io? Che ci faceva lei semmai, rispose Francesco senza scomporsi, io stavo solo riprendendo una coppia di merli, è lei che ha la coscienza sporca. “Certo, Merli, ora si chiamano così …. e la cassetta dov’è?” “Boh, da qualche parte nello studio, sulla libreria credo, ha cancellato tutto quella stronza ma se la ribecco non la passa liscia”. “Se la ribecco… ha cancellato tutto… ma ti ascolti quando parli?” Laura era seriamente preoccupata, non per le minacce, perché tanto sapeva che erano tutte un bla bla bla, quanto per il timore che la situazione potesse degenerare perché quelle che inizialmente considerava coincidenze e che l’avevano portata a credere che in fin dei conti fosse solo un po’ sfigato, iniziavano ad assumere proporzioni rilevanti. “Ma forse”, si disse per l’ennesima volta, “sono io che ho la mente contorta, non può essere davvero così”.
Non fu facile suonare nuovamente quel campanello. “Ciao Valentina ti ricordi di me? Ci siamo viste la settimana scorsa”. “ah signora Laura, sì mi ricordo di lei”. “Dammi pure del tu, Valentina, ti fidi di me vero, ti ricordi che eravamo diventate amiche? ”. A Laura pareva strano parlare così ad una donna molto più grande di lei. “Si mi fido, ma il signor Francesco mi ha detto che non devo parlare con nessuno, mi ha detto che mi devo fidare solo di lui, lui mi vuole bene, mia sorella si è arrabbiata ma io le ho detto che non si deve intromettere perché io sono grande”. Valentina parlava a ruota libera, innocentemente, come solo una bambina in un corpo da donna riesce a fare. “Valentina, cosa fate te ed il Signor Francesco quando viene a trovarti?” La donna si irrigidì. “Niente” rispose in fretta “lui è una brava persona, mi viene a trovare, alcune volte mi porta dei regali ma io non posso mangiare le caramelle, mia sorella non vuole e io glielo ho detto al signor Francesco e poi mi telefona e mi dice che mi vuole bene e che gli manco tanto e che vuole incontrarmi ma io non ho il suo numero e non lo posso chiamare”. Laura era dispiaciuta, si capiva che quella donna dall’aspetto minuto era stata manipolata, non necessariamente per ottenere in cambio un rapporto sessuale, alle volte gli bastava molto meno, una sbirciatina, una toccatina … tanto lei non si sarebbe opposta, come le altre, del resto.
La voce che proveniva dall’altoparlante aveva quasi coperto il lungo biip del messaggino “Si avvisa la gentile clientela che è iniziata la nuova raccolta punti”. Laura aprì whatsapp “Lamette”, Paolo non era particolarmente espansivo e i sui messaggi erano sempre molto stringati. “Chiedi ai tuoi fratelli se hanno bisogno d’altro”. “Nulla”, rispose Paolo. Laura insistette “Senti Sabri e Alessandro e fammi sanare”. “Sanare?” “Uffa, dai hai capito, è il t9, fammi sapere e dì a Sabri che le ho preso l’antibiotico”. Ripose il cellulare nella tasca dei jeans e proseguì tra le corsie, depennando dalla lunga lista della spesa tutto ciò che metteva nel carrello. “Eccallà, finalmente, tre ore … cazzo hai fatto in tre ore? La spesa, rispose Laura a denti stretti fissando lo sguardo incattivito di Francesco “e comunque non son tre ore… ma se anche lo fossero non vedo il problema, se mi aiuti a scaricare la macchina invece di incazzarti ti rendi conto di tutto quello che ho acquistato”. Ma l’ira di Francesco non si placava. Palle, sei una contapalle, ho controllato i chilometri, dove cazzo sei andata? Laura iniziò a fremere, non aveva nulla da nascondere, avrebbe voluto mandarlo a quel paese ma l’odore di alcol lo avvolgeva come un’aurea torbida e sapeva che qualunque risposta avesse dato avrebbe portato all’ennesimo scontro. “Allora, ALLORA, ALLORA?”, incalzò lui. “Calmati dai, lo vedi anche dai sacchetti, macellaio, fruttivendolo, Iper e sono pure passata in farmacia, ci vuole tempo”. “Bugiardaaaaa”, le urlò contro “con chi cazzo ti sei incontrata!!!” Il telefono squillò. Francesco rispose. “E’ tuo figlio”, le disse porgendole la cornetta in malo modo. Laura rispose, sapeva giù il motivo di quella chiamata “Mà, ho sentito tutto, stiamo al telefono così papà si calma …”
La prima volta che Laura entrò in Associazione lo fece con le lacrime agli occhi , si sentiva una fallita, ma forse, pensò, sto sbagliando davvero tutto, in fin dei conti non è cattivo, non mi ha mai messo le mani addosso a parte..vabbè ma quello è stato un caso”. Patrizia l’accolse con un sorriso ed una forte stretta di mano. Laura non aveva grandi aspettative, si era recata in associazione su insistenza di sua sorella che teneva monitorata la situazione. “Non è colpa tua”, le disse Patrizia dopo aver ascoltato a lungo i suoi sfoghi, “sta proiettando, ti accusa di fatti compiuti da lui, tienilo sempre a mente soprattutto nei momenti più difficili e chiamami a qualunque ora, anche di notte, ricordati che non sei sola”. Scarabocchiò il proprio numero di cellulare su un foglietto e glielo porse. Patrizia non era un’operatrice e neppure un medico, era semplicemente una donna che era passata attraverso delle dinamiche simili e aveva superato i momenti critici con la forza e la determinazione. Forse fu proprio questa consapevolezza che spinse Laura a lasciarsi andare, raccontandole nel tempo ciò che mai aveva osato raccontare a nessuno e Patrizia diventò così il suo angelo custode. “So che sorriderai”, le disse un giorno porgendole una scatolina di cartone. Laura la aprì, al suo interno, adagiato su un panno colorato, un pezzo di sapone. “Ogni volta che lui ti accuserà di qualcosa o ti vieterà di uscire o di parlare, tu ripensa a questo dono e a ciò che esso rappresenta”.
La prima volta che sentì parlare di narcisismo perverso fu per puro caso, seguendo in televisione un caso di violenza in famiglia. Ma lui non è così, si disse ancora una volta. “Cosa ti fa pensare che lui sia diverso?”, le chiese Anna nel corso di una delle tante sedute di psicoterapia. A questa domanda Laura non aveva risposte. Semplicemente negava a sé stessa una realtà ancor più dolorosa. “Non puoi fare nulla per lui, puoi solo fare qualcosa per te stessa” Sì, ma che cosa? Laura si aspettava risposte concrete, avrebbe voluto che qualcuno le dicesse cosa fare, che le presentasse un elenco di azioni da compiere, magari in ordine cronologico o anche solo alfabetico. Tac Tac Tac, problema risolto. Ma non fu così. Laura non aveva bisogno di elenchi perché gli elenchi li conosceva già, facevano parte del suo patrimonio genetico, Laura aveva solo bisogno di tornare ad essere sé stessa.
“Che palle, anche stasera è arrabbiato”, pensò Laura sentendo sbattere la porta. “Chi c’era in casa?” “Nessuno chi vuoi che …” – “Non dire cazzate, ho visto una Peugeot rossa con una portiera ammaccata che ripartiva!” “Qui non è venuto nessuno” rispose Laura decisa “i vicini hanno acceso la griglia, sarà stato un loro parent…” – “balle era qui, chissà che cazzo fai quando non ci sono… e le mie liquirizie? Dove sono le mie liquirizie!!!”. Laura rovistò nella borsetta, tieni, gli disse porgendogli un pacchetto ancora nuovo “e vedi di calmarti, io vado a fare una doccia”. Entrò in bagno, si chiuse a chiave, aprì l’acqua e si sedette su uno sgabello, aveva bisogno di parlare con il suo angelo custode. “Patrizia, sono preoccupata, oggi ho parlato con Vanni, le cose si mettono male, era agitato, mi ha implorata di aiutarlo. Fra’ non sa nulla, o almeno credo, ma oggi è più intrattabile del solito. Non so che fare Pat, non voglio finire nei guai, ma Vanni mi ha chiesto di…“ “Che cazzo fai li in bagno, con chi parli?” “Con nessuno ora esco” “Patrizia”, sussurrò al telefono “ora non posso parlare. Ti richiamo appena possibile.”. Chiuse frettolosamente la chiamata e si infilò sotto la doccia per bagnare i capelli, poi indossò l’accappatoio ed aprì la porta “neppure in bagno posso stare tranquilla?”. Ma Francesco non riusciva a calmarsi, continuava a camminare avanti e indietro da un locale all’altro, alzando la voce, imprecando, offendendo, minacciando. “Siete tutte uguali voi donne, siete delle stronze”, urlava senza apparente motivo Poi iniziò a picchiare i pugni sulla porta, vide il cellulare che Laura aveva appoggiato sul tavolino, lo prese e lo scaraventò con forza contro al muro. “Così la smetterai con tutti quegli uomini, puttana PUTTANAAAAA!”
Laura si spaventò, non aveva mai temuto per la propria incolumità ma quella sera le sue certezze iniziarono a vacillare . “Mamma ti prego fai qualcosa” la supplicò Sabrina agitatissima, i suoi fratelli si erano chiusi nelle loro camere pronti ad intervenire se fosse stato necessario. “Sabri, io esco, vado da Lucille, se non mi vede magari si tranquillizza, il cellulare è rotto ma se hai bisogno sai dove trovarmi”. Si vestì rapidamente prese il giaccone ed uscì di casa con le lacrime agli occhi. I capelli erano ancora umidi, sollevò il cappuccio cercando di ripararsi la gola con il bavero ma il freddo le penetrava nelle ossa. Si incamminò lentamente lungo la via, cercando di non dare troppo nell’occhio. Alle sue spalle una voce agitata le urlò “Dove cazzo vai, Giovanna, torna indietro, i panni sporchi si lavano in casa”. Troppo comodo, pensò Laura allungando il passo. Si asciugò le labbra bagnate di lacrime e suonò il campanello. Lucille Laurent aprì la porta che dava sul salotto. “Mon Dieu, Laura cos’è successo? Vien entre, tes mains sont glacée, ti preparo un the caldo” . “Ti ringrazio Lucille, non mi va nulla, preferisco restare qui fuori”, si sedette su un gradino fissando un secchio di macerie e dei mattoni abbandonati in un angolo “A che punto sono i lavori?”. Non attese risposta. “Prestami il cellulare… ho parlato con Vanni, ho paura, non so se sto facendo la cosa giusta. Frà è completamente fuori di testa, poco fa si è confuso e mi ha chiamata Giovanna, non so chi sia, sarà una delle tante”.
Con le mani tremanti compose quel numero che conosceva a memoria. Mi odierà, si disse, ma subito ripensò a quel pezzo di sapone che Patrizia le regalò in Associazione. Laura lo conservava ancora, era il simbolo della rinascita, la consapevolezza che i panni sporchi, se lavati nelle giuste sedi, tornano lindi e profumano di libertà.
Un leggero rumore la fece trasalire, sapeva che l’aveva seguita ma non lo temeva, eppure … c’era qualcosa di strano nell’aria. “Vattene” urlò serrando i pugni “ho bisogno di stare sola”.
”Poi improvvisamente un bastone si sollevò, Laura lanciò un urlo, il cellulare che teneva in mano cadde per terra. Un dolore lancinante alla spalla la fece barcollare ed il suo corpo iniziò a tremare. Delle figure uscirono dall’ombra, Laura incrociò il viso di una donna che la stava soccorrendo “Stai Halma, le disse tenendola stretta in un abbraccio materno, “lo sai, non ce l’abbiamo Hon te”, Laura fissò quegli occhi chiari contornati di rimmel e quelle labbra che ancora profumavano di liquirizia e sussurrò “mi avevi detto che volevate solo parlargli …”. “Oh Hoglione, a te oh sapevi che a dovevi lascià stare” urlò Vanni sollevando un mattone. Francesco parò il colpo con la mano ma cadde per terra, un uomo molto più giovane e tarchiato lo colpì alle spalle, Francesco si rotolò sull’asfalto ma subito si rialzò riuscendo a sferrare un pugno nello sterno di Vanni che si accasciò sui gradini. Approfittando di un attimo di distrazione l’uomo tarchiato afferrò Francesco da dietro le spalle serrandogli le braccia, Vanni si sollevò e lo colpì con un calcio al basso ventre. “Hosì forse Hapirai, neanche pè piscià lo potrai più usare”. Francesco si raggomitolò sull’asfalto gemendo e il suo respiro divenne affannoso. Si rialzò con molta fatica, barcollando, sembrava si fosse arrivati all’epilogo quando di colpo Francesco afferrò Vanni per la camicia ma si sbilanciò e cadde per terra, l’uomo tarchiato gli piombò addosso e lo bloccò colpendolo ripetutamente sui reni. Sfinito, con gli abiti lerci e la bocca impastata di terra e di sangue sussurrò “non sapevo che fosse disabile”. L’ira dei due uomini, che pareva placarsi, si riaccese. “Bujiardo, sei un bujiardo, l’hai circuita, le dicevi come muoversi, Hosa indossare e Hosa togliere… le dicevi che era speciale, la chiamavi la donna con le ruote d’acciaio, le avevi promesso un futuro meraviglioso e lei ci aveva creduto. Dovresti vergognarti, sapevi che era fragile e invece sei ancora qui a raccontare balle e ora lei…lei …. “ Vanni sollevò un braccio, pronto a sferrare l’ennesimo pugno, ma d’improvviso si accasciò per terra, stremato. E pianse.
Dall’abitazione giunse una voce concitata “Police Police aiuto, lo stanno ammazzando”.
All’arrivo dei soccorsi la banda si era già dileguata a bordo di un’auto parcheggiata in una via laterale. Laura ripensò a quella figura femminile con gli occhi chiari contornati di rimmel. Una figura importante, una donna forte nonostante l’età, una donna abituata a sostenere il peso di una figlia disabile, adulta nel corpo ma fragile nell’anima.
Per terra un corpo tumefatto si contorceva dal dolore ed imprecava a gran voce. Era vivo, almeno quel tanto che bastava per raccontare la propria versione dei fatti ai figli che nel frattempo erano giunti, attirati dal via vai delle sirene.
Laura si sedette sui gradini fissando le macerie, afferrò una piastrella sbeccata e la lanciò con forza in un angolo buio. “Fanculo”, urlò a sé stessa ma una fitta alla spalla la fece irrigidire, serrò le mascelle e spostò il busto cercando di attenuare il dolore.
Venga signora, la accompagniamo in ospedale, ma Laura rifiutò, voleva tornare a casa, aveva bisogno di una doccia calda e del suo letto, aveva bisogno di pensare, di riflettere … di riposare. “La aspettiamo domattina in caserma, ma stia tranquilla, li prenderemo, probabilmente già questa sera”. Laura ripensò a quella visita inaspettata, erano trascorse poche ore ma le parevano un’eternità. “Ti prego, aiutaci, fa’ He esca, ce vojjo parlà ”, le disse Vanni un attimo prima di allontanarsi a bordo di una Peugeot rossa con la portiera ammaccata. Laura li aveva aiutati, l’aveva fatto per Carolina, per Valentina ma soprattutto per sé stessa. Forse, l’indomani, quel cassetto degli orrori sarebbe stato finalmente spalancato e Barbablù sconfitto.
Il telefono per terra squillò, Laura lo sollevò e rispose, all’altro capo una voce nota le ricordava il profumo di sapone e di bucato pulito. “Ho ricevuto una chiamata da questo numero, con chi parlo?”
Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale. Anche se qualcuno potrebbe riconoscersi nei dialoghi riportati benchè siano assolutamente ripresi, romanzati e riassunti gli aneddoti riportati sono a titolo esemplificativo di fatti verosimili.
La voce ferma e possente del giudice Watson squarciò l’aria, la tensione nell’aula del tribunale salì alle stelle. “Sono stati trovati tre cadaveri, tutti appartenenti al medesimo nucleo familiare. Sappiamo che è stato Lei. Cos’ha da dire a sua discolpa?”
John Smith si rannicchiò sulla seggiola lo sguardo vacuo perso nell’aria, il giudice fissò l’omuncolo e tuonò “Avanti, vuoti il sacco”.
John sobbalzò e come un fiume in piena iniziò a snocciolare gli eventi .
“Ho conosciuto Kate una settimana fa e ci siamo subito innamorati. Le ho proposto una tavolo da “Peppapig” ma lei ha preferito organizzare una cena dai suoi genitori. Mi sono vestito di tutto punto, ho comperato un mazzo di fiori e puntuale come un orologio svizzero mi sono presentato a casa loro.
La cena era già pronta.
Per iniziare consommé di cavolo, carote stufate e salumi vegani. Ho fatto buon viso a cattiva sorte ed ho spazzolato tutto. Poi è stata la volta del primo : Spaghetti di zucchine con peperoni. In quell’istante iniziai a fremere ma decisi di dar loro un’ulteriore chance. Finalmente arrivò il piatto forte, una bella e succulenta bistecca. Presi con foga la forchetta e la affondai nella pietanza.
La carne era talmente tenera che si sarebbe potuta tagliare con un grissino .
Sollevai il boccone e lo avvicinai alle labbra, il profumo inebriante mi solleticava le narici, finalmente avrei soddisfatto anche il palato.
Da quel momento in poi, signor Giudice , i miei ricordi diventano nebulosi. Ricordo solo un forte sapore di soia e di lenticchie, forse anche di broccoli e di aglio. Signor giudice, mi creda, mai in vita mia mi sarei aspettato un simile affronto. Ho accettato il consommé, tollerato la plastilina affettata, sorriso alle zucchine, ma la bistecca vegana… signor Giudice, signori giurati, invoco la seminfermità del palato e chiedo a codesta corte di essere assolto per legittima difesa!
Convinti di essersi lasciati alle spalle il peggio, Lombardia Calabria Valle D’Aosta e Piemonte erano pronti a godersi una vita intensa di divertimenti e lussuria, quando un bel giorno il bel faccino di Conte proclamò l’ennesimo dpcm e nulla fu più come prima.
Al grido di “non potete toglierci l’attività fisica quotidiana”, le strade si popolarono di runner con la panzetta faticosamente accumulata sotto all’ombrellone.
Nei supermercati farina e lievito tornarono ad essere contingentati e la carta igienica spari’ dagli scaffali ancor prima di pasta e riso.
Di colpo Facebook si riempì di post di gente stupita di non poter più fare questo e quello, come se l’annuncio della seconda ondata fosse qualcosa di inaspettato o come se in estate il bel faccino di Conte ci avesse rassicurati con un annuncio a reti unificate “tranquilli il virus è debellato , fate un po’ come cazzo ve pare”.
Non che lo Stato non ci avesse messo del suo, seppur in buona fede (il che pare un ossimoro). “Andate e moltiplicatevi”, annuncio’ tra le righe del decreto Rilancio, erogando bonus a chiunque fosse stato disposto ad abbandonare il divano di casa … e così fu. Mercatini rionali, spiagge, musei, impianti termali … l’Italia si ripopolo’ di portatori sani disposti a spargere il seme della ripresa in ogni angolo dello stivale, come se quei cinquecento euro donati dal Governo fossero la giusta ricompensa dopo mesi di restrizioni .
Biciclette, tablet, pc e connessioni comparvero come funghi, il sito dell’agenzia delle entrate fu preso d’assalto, dita velocissime riuscirono ad aggiudicarsi l’aggiudicabile e migliaia di biciclette finirono accatastate nelle cantine dopo che i legittimi proprietari si resero conto che, comunque, avrebbero dovuto usare i pedali .
I Sindaci si armarono di santa pazienza, qualcuno pure di Kalashnikov e iniziarono a rispondere ai mille interpelli sui nuovi canali ufficiali : Facebook ed Instagram. “Posso tagliare i capelli dalla mia parrucchiera di fiducia che ha il negozio vista mare ?”, “la pasta vegana di farina di acero del sud del mediterraneo la trovo solo in un negozietto a 300 km, come farò a sopravvivere ?”, “le mie unghie non resisteranno ancora a lungo, aiuto !!!”, “posso svernare nella mia seconda casa in zona gialla, tra le caprette che fanno ciao ?”.
Inizio’ quindi un fuggi fuggi generale, le stazioni vennero prese d’assalto e le destinazioni furono scelte su base cromatica prediligendo i cugini gialli agli zii arancioni .
“STATE A CASA “, intimava Conte , ma a parte le sue bimbe nessun altro se lo cagava .
Finché una notte buia e tempestosa tutte le TV d’Italia, anche quelle accatastate nelle discariche , si accesero all’unisono ed il bel faccino di Conte annuncio’ in diretta nazionale un nuovo lockdown.
Fu così che ebbe inizio “20 sfumature di rosso”, ma questa è un’altra storia .
“Azzzz, sono scadute da dieci giorni . Ed ora come faccio con la frittata? “
Keep Calm and don’t worry, cosa volete che siano dieci miseri giorni confronto all’eternità ? (Non esageriamo , cent’anni sono già più che sufficienti).
Non so se raccapricci di più la foto del prodotto finito o il procedimento , anche se pare che si tratti di una specialità che andrebbe assolutamente provata almeno una volta nella vita, un po’ come il Casu Marzu con i suoi fantastici vermetti.
Sto parlando dell’uovo centenario. Certo, il nome potrebbe trarre in inganno , nessuna persona sana di mente consumerebbe uova deposte un secolo fa … ma se fossero invece uova conservate in acqua, sale, carbone ed ossido di calcio per cento giorni , le mangereste ?
Ah, pare che col tofu siano la morte loro … o nostra !