Sono cresciuta a pane e Vessicchio e chi dice il contrario, mi dispiace, ma non è figlio di Maria.
Beppe è sempre stato lì, una presenza costante (virtuale ma potentissima) nella mia vita… e sicuramente anche nella vostra.
È grazie a lui e a Maria se io e la mia compagna di blog siamo diventate compagne di scarpe ed è sempre grazie a loro se, con un manipolo di carampane devotissime alla Depippis, abbiamo girato l’Italia come una boy band con la menopausa.
Per noi, carampane della vecchia guardia, Beppe è stato il nostro faro nella tempesta del trash, l’unico punto fermo in un programma dove il vero talento contava meno del “pongovoto”.
Ora resta solo l’ultimo saluto.
Ma, citando qualcuno (forse Platone, forse un ex concorrente): “Muore davvero solo chi sparisce dal cuore di chi lo ha amato.”
Caro Beppe: con tutti i cuoricini, i meme e i ricordi che ci hai lasciato… tu resterai sempre con tutti noi .
ovviamente il delitto di Garlasco, non si parla d’altro, no?
Ebbene si anche io e la mia socia, insieme per festeggiare i nostri venti anni di amicizia nata nell’etere, ci siamo scambiate pareri sul delitto che in questo momento crea dibattito, e chi siamo noi per non dibattere?
“Hai ascoltato quando Bugalalla ha parlato di commenti cattivi scritti a suo tempo da due donne (forse), che non sono indagate, nei confronti di Chiara?”
“E come hanno fatto a recuperare commenti di venti anni fa?”
“Bugalalla ha parlato di una wayback Machine, che permette di fare dei viaggi nel passato della rete”
E la lampadina si accende … i criceti attivano le sinapsi ed ecco che arriva l’idea: se Bugalalla ha recuperato le chat di Garlasco anche noi possiamo recuperare il nostro primissimo e scanzonato blog dedicato agli Amici di Maria.
Ebbene sì, grazie alla Wayback Machine il nostro blog è risorto dalle ceneri e, rileggere tutti i post e commenti dell’epoca, è stato non solo esilarante ma anche un viaggio nel tempo alla riscoperta di un mondo variopinto, scanzonato e impregnato di rispettosa ironia.
Sorseggiando il caffè, comodamente sedute nella mia cucina dopo i bagordi dei festeggiamenti della nostra “millantata” ventennale amicizia, grazie al viaggio nel tempo abbiamo recuperato il post dell’istante preciso in cui ci siamo conosciutee siamo diventate le mitiche “compagne di scarpe” (i nickname erano altri allora). Oibò dovremo replicare i festeggiamenti il prossimo anno, ricordavamo male, infatti correva l’anno 2006 quando …
Ebbene, eccolo qui il momento, immagino sarà poco interessante per tanti, ma è stato divertente per noi risalirci e se quest’anno per festeggiare l’errato ventennale abbiamo villeggiato, gozzovigliato tra Marche ed Umbria chissà per quello vero che faremo?
Stay tuned: per il ventesimo le scarpe toccheranno suoli sconosciuti, persi tra le rocce di Marte ed il ghiacciaio di Dubai.
Tutto cominciò per puro caso: una chat su un hosting ormai caduto in disuso, una battuta scherzosa, un interesse in comune o forse, più probabilmente, il destino.
Quando Losanna vide quel nickname si incuriosì: non era poi così diverso da quello che lei stessa avrebbe voluto utilizzare, se solo ne avesse avuto il coraggio.
«Ciao Lalla, sono curiosa… a cosa corrisponde quel numero accanto al tuo nome?»
Maria la sanguinaria, senza volerlo, aveva dato vita a una nuova amicizia che andava ben oltre il suo rinomato format e il Divino — aspirante attore dal sorriso magnetico e dalla grande determinazione — ne era diventato inconsapevole cornice.
Il mondo splinderiano, all’epoca, era popolato da gentaglia come Losanna e la sua nuova amica: gente dedita al cazzeggio e al dolce sputtanamento di sedicenti attori, ballerini e cantanti capitanati da una giovanissima Depippis che, dall’alto del suo preserale, manovrava un esercito di adolescenti in lacrime e di mamme armate di pop-corn.
Accomunate dall’interesse per quel concorrente, si ritrovarono quindi in una selva oscura popolata da donne con i loro stessi “nobili” interessi e, serata dopo serata, tra un colpo d’anca e un piede in fallo, arrivò finalmente la tanto sospirata finale. Il Divino, inutile dirlo, non salì sul podio. A vincere, invece, fu l’amicizia che nacque tra le cazzeggiatrici e che, negli anni, si rafforzò portandole a viaggiare insieme per tutta Italia, quando tempo, lavoro, soldi e famiglia lo permettevano.
Il Divino, intanto, continuò a inseguire i propri sogni nel mondo dello spettacolo, reinventandosi di volta in volta con la stessa passione che lo aveva portato fino a quel palco.
Maria la sanguinaria, dal canto suo, non mollò il colpo: in un loop perpetuo continuò a collezionare giovincelli e giovincelle con la stessa ostinazione con la quale si collezionano francobolli.
«Sarà il mio numero di scarpe» disse Lalla64.
«Il mio piede è più grande» rispose Losanna, che non aveva mai osato affiancare il 66 al proprio nickname.
“Allora siamo compagne di scarpe”, esclamò Lalla64.
Gli anni passarono più in fretta del previsto e il giro di amicizie si ridimensionò: alcune si sposarono, altre si trasferirono, due misero al mondo mezza squadra di calcio e un gruppetto si perse semplicemente per strada. Solo la loro amicizia proseguì negli anni, riuscendo a superare ben quattro lustri e mille imprevisti.
Milano, Perugia, Roma, Rimini, Modena… ogni viaggio era una buona scusa per incontrarsi, ridere dei ricordi, scherzare sulla quotidianità e confidarsi i piccoli drammi di tutti i giorni, sempre con il pensiero a quei due piccoli grandi numeri che avevano dato vita a tutto.
Alla fine, il vero spettacolo non era il Divino o Maria la sanguinaria e neppure le improbabili star del preserale. Il vero spettacolo erano loro: due compagne di scarpe che, tra una risata e un piede in fallo, avevano trasformato una chat qualsiasi in vent’anni di amicizia. E, per fortuna, senza bisogno di un copione.
C’era una volta un involucro. Non era un involucro qualunque, uno di quei classici involucri di plastica o di cartone che trovi nei negozi specializzati. Era un involucro speciale, in carne ed ossa. Fin da subito si narrò che al suo interno ci fosse un bimbo ma io questa cosa qui mica l’ho mai creduta (cit.). Come può esserci un bimbo all’interno di un involucro che assomiglia a mia sorella? Passarono i mesi e l’involucro divenne sempre più grande ed io iniziai a pensare che forse era vero, forse nell’involucro che assomigliava a mia sorella c’era davvero un bambino. Pare, ma questa cosa è tutta da verificare, che quel bimbo fosse dotato di mani e di piedi perchè a un certo punto iniziò a scalciare. Scalcia oggi, scalcia domani, l’involucro iniziò a pensare che quel bimbo sarebbe diventato il più grande calciatore del mondo e si immaginò il suo futuro come suocera di una velina. Un bel dì il piccolo calciatore padano decise che il campo da calcio era diventato troppo piccolo e iniziò a pestare i piedi: voleva più spazio. L’involucro chiuse allora la valigia e corse in ospedale. I medici videro l’involucro e pensando che fosse un pacco di Zalando presero un coltello e tagliarono. Al suo interno c’era un piccolo calciatore che iniziò subito a piangere disperato: il campo da calcio che si era immaginato non c’era. Le persone che si affaccendavano intorno a lui erano vestite di verde e non si capiva a quale squadra appartenessero. Il bimbo, singhiozzando disperato, domandò dove fosse capitato e non ottenendo risposte urlò a gran voce “Rimettetemi dentro e richiudete il pacco, avete sbagliato indirizzo”. Ma nel giro di poco tempo anche l’involucro, che piangeva a sua volta disperato, si calmò ed il bimbo iniziò a pensare che forse forse non era capitato poi così male. Certo, non c’erano campi da calcio e neppure scarpette chiodate, ma c’era un amorevole involucro che gli offriva del latte caldo, come poteva rinunciare a tutto ciò? Passarono gli anni e il bimbo si trasformò e da dolce pargoletto diventò un piccolo mostriciattolo.Non che fosse diventato brutto, questo no, anzi con gli anni diventò ancor più carino. Ma l’età dell’adolescenza, altrimenti detta della stupidera, si sa, trasforma qualunque dolce creatura in un mostro a tre teste. Dall’età della stupidera alla giornata odierna il passo è stato breve, anzi BREVISSIMO.
E ora siamo a ventitré VENTITRÉ ANNI di vivacità, ventitré anni di allegria, ventitré anni DI TE. Auguri piccolo mio, la zia prima o poi ti becca e ti spupazza a dovere 🙂
Ora sei adulto , hai la patente, puoi votare, firmare assegni, comprare una birra ma per l’involucro e per la zia sei e resterai sempre il loro bellissimo cucciolo!!!
“I giovani non possono sapere quello che i vecchi pensano e provano. Ma i vecchi sono colpevoli, se dimenticano che cosa significa essere giovani.
Conobbi Franca in tempo di guerra, lei era una ragazza piena di aspettative ed io un giovane militare in permesso premio. Ci incontravamo di nascosto dai nostri genitori dietro al fienile in fondo a via della Giada e passavamo le giornate chiacchierando e sognando un futuro lontano dal rumore delle bombe.
Ci scambiammo il primo bacio dopo una settimana, lei balbettò felice, fissai le sue guance paonazze e pensai che ero l’uomo più fortunato del mondo.
Ma le nostre vite erano destinate a dividersi, la nave sulla quale ero imbarcato sarebbe partita da lì a pochi giorni, “stai serena” le dissi “tornerò, nulla e nessuno ci separerà”.
Passarono i giorni, i mesi ed il mio pensiero era sempre rivolto a lei. Nelle lunghe notti di guardia socchiudevo gli occhi ed il suo volto mi appariva all’orizzonte, mi sorrideva, mi incoraggiava e mi scaldava il cuore.
Il periodo bellico fu più lungo di quanto pensassi, le scrissi lettere su lettere che accantonai in una borsa, non ero certo che le sarebbero state recapitate.
Dovetti attendere la primavera del 1945 prima di poter nuovamente rientrare a casa e lei era lì, ad attendermi, con un mazzo di lettere in mano e le guance paonazze: “le ho scritte per te” mi disse, porgendomele timidamente.
Ci sposammo nella chiesa in fondo a via della Giada, la stessa via dove ci scambiammo il primo bacio e Giada fu il nome che decidemmo di dare alla nostra unica figlia.
Ne son passati di anni da quel giorno eppure ancora oggi mi emoziono quando vedo le sue guance arrossire.
“No Pietro, non qui, non di fronte alla gente” mi disse un attimo prima di questo scatto.
“Dai mamma, cosa c’è di male? E poi… è la NOSTRA via! ”. Clic.
“In un mondo pieno di guerra e odio, il suo corpo è il mio tempio e lei è la mia religione”(anonimo)
La macchina si fermò all’improvviso slittando sull’asfalto ghiacciato. Alessandra non aveva previsto quella sosta e soprattutto non avrebbe avuto alcun motivo per fermarsi in quella lurida piazzola spersa tra le colline della maremma. Controllò le luci del cruscotto e, per quanto ne potesse sapere, sembrava tutto a posto. L’unica spia che lampeggiava era quella della luce di posizione, ma erano mesi che sapeva di quel problema e prima o poi l’avrebbe fatta sostituire.
Scese dalla macchina rabbrividendo. Il sole di marzo iniziava a fare capolino tra le nubi ma l’aria era ancora molto fredda. Come il suo cuore.
Si era lasciata alle spalle un periodo difficile ed era consapevole che ci sarebbe voluto del tempo per superarlo. I figli le erano vicino, la spronavano, volevano che ricominciasse a vivere, erano pronti ad aiutarla, ad accompagnarla in qualunque percorso avesse deciso di intraprendere, ma Alessandra era caparbia. Voleva farcela da sola.
Una foglia secca svolazzò tra i suoi piedi, Alessandra abbassò lo sguardo, la foglia rimase immobile per qualche secondo poi un deciso soffio di vento la sollevò come un aquilone. Pochi metri e cadde nuovamente, per poi risollevarsi in una danza ritmica scandita dal suono della natura.
Non sapeva neppure lei perché si era fermata in quella piazzola di sosta, il suo piede aveva pigiato all’improvviso sul freno, forse i suoi occhi avevano visto qualcosa che solo il suo cuore aveva registrato.
Le cime delle montagne innevate facevano capolino tra le nubi bianche. “Deve essere lì”, pensò fissando quell’enorme batuffolo soffice che cambiava forma e direzione a seconda del vento.
Spostò lo sguardo lungo il pendio della montagna e si rese conto che la primavera, nonostante tutto, stava avanzando.
Ai piedi del pendio un fiume maestoso correva libero attraversato da un ponte di legno che collegava la città vecchia con i nuovi quartieri, costruiti dopo l’ultimo terremoto. Alessandra ammirò i colori delle primule e delle camelie che ricoprivano gran parte del ponte. Un anziano con un cagnolino al guinzaglio si stava apprestando ad oltrepassarlo. Sembrava di vivere in un’altra dimensione, lontano dal freddo, dai ricordi… dai dolori.
Un rumore la distolse dai propri pensieri. Trattenne il respiro, un lamento lontano la fece rabbrividire. Si guardò intorno, la strada era deserta. Scavalcò il guardrail facendosi strada tra le sterpaglie e rovisto’ nell’erba incolta. Poi si fermò per qualche istante, concentrandosi sui rumori che la circondavano, era certa di non essersi sbagliata.
Tornò demoralizzata sui propri passi e si avvicinò alla macchina. Il suo sguardo venne catturato da un angolo della piazzola dove l’incuria causata dall’uomo emergeva in tutta la sua drammaticità. Cumuli di sacchi giacevano abbandonati, in attesa che qualche delibera comunale decidesse di far fronte allo scempio.
“Oh mio Dio!”, fu la sola espressione che uscì dalle labbra di Alessandra mentre si precipitava verso un sacchetto chiuso con un legaccio. Un leggero movimento aveva attirato la sua attenzione. Lo sollevò da terra e con fatica riuscì ad aprirlo. Al suo interno un batuffolo dal manto tigrato guaiva con l’ultimo fil di voce che gli era rimasto. “Avrà un mese, forse meno”, pensò Alessandra. Si tolse la giacca e lo avvolse, dirigendosi verso la macchina.
Prima di salire per un attimo tornò a fissare le nubi bianche, poi abbassò lo sguardo verso il fiume. Un ponte in cemento armato, ricoperto da una struttura in metallo, lo sovrastava. Alessandra cercò il ponte di legno, le primule, le camelie, l’anziano con il cagnolino al guinzaglio. Nulla. Tutto sembrava sparito, come se la natura le avesse fatto un brutto scherzo. No, non poteva essere stato un sogno, era certa di ciò che aveva visto.
Strinse a sé quel batuffolo indifeso e si rese conto che si trattava di un dolcissimo pitbull. Sollevò lo sguardo, fissò le nubi bianche e un brivido la percorse: oltre quelle nubi si intravvedeva un bellissimo ponte circondato da primule e camelie, il ponte dell’arcobaleno, lo stesso ponte che un mese prima le aveva portato via le sue due Stelle, a tredici giorni di distanza l’una dall’altra.
Alessandra si asciugò una lacrima, non era il momento di piangere.
Salì in macchina, mise in moto, accese la ventola dell’aria calda ed appoggiò il batuffolo tigrato sul sedile alla sua destra, cercando di ricreare con la propria giacca una sorta di cuccia. Inserì la marcia e mentre si allontanava dalla piazzola fissò le nubi bianche, ringraziando le sue due Stelle per averle donato, ancora una volta, un motivo in più per vivere.
Elisabeth Lemsh uscì dall’ufficio stringendo la sua preziosa valigetta scamosciata piena di articoli scritti a mano, non aveva intenzione di piangere, lo aveva fatto troppe volte. La delusione nel corso degli anni aveva lasciato posto alla rabbia. “Si rassegni”, le aveva detto il suo caporedattore, “provi a scrivere di moda e folclore o continui con la politica, ma lasci perdere tutto il resto, mi dia retta, è meglio così”. “Abbia almeno il coraggio di darmi delle motivazioni!”. Elisabeth era esasperata ma non poteva permettersi di litigare: quel posto di lavoro le permetteva di vivere. Non vi fu una vera risposta se non un balbettio di considerazioni che vertevano intorno ad un unico argomento “sei una donna, comportati da donna!”.
Certo, pensò quella sera Elisabeth guardandosi nello specchio della sua camera da letto, sono una donna, ma il problema non è solo questo. Si accarezzò i lunghi capelli ricci, prese un foulard color sabbia e li avvolse con cura, come le aveva insegnato sua mamma sin da quand’era bambina. Si asciugò una lacrima che scorreva sulla guancia color cioccolato e avvertì sotto ai polpastrelli l’elasticità della pelle priva di rughe “Sono una donna e per di più di colore” disse ad alta voce, fu quasi un urlo, come a voler allontanare da sé tutto ciò che non le permetteva di sentirsi realizzata.
Eppure l’ultimo anno di liceo suo padre l’aveva avvisata “forse è meglio se scegli medicina, avresti maggiori opportunità”. Ma Elisabeth fu inamovibile, non sarebbe mai riuscita a tenere in mano un bisturi con la stessa disinvoltura con la quale teneva in mano una penna. “Pa’ Swahili”, rispose fiera, “la medicina non fa per me, io voglio girare il mondo, conoscere persone, imparare le lingue, voglio scrivere, scrivere e ancora scrivere, non sarò mai in grado di guarire un dolore ma voglio imparare almeno a descriverlo”. Suo padre annuì, comprendeva le sue necessità e non aveva alcuna intenzione di tarparle le ali.
Swahili Lemsh era arrivato giovanissimo Italia in qualità di diplomatico per il Consolato Ghanese portando con sé sua moglie Muskeba incinta di pochi mesi. Erano passati tanti anni da quel giorno, sua figlia aveva frequentato le scuole pubbliche ed in seguito si sarebbe laureata in giornalismo. Swahili era orgoglioso di tutto ciò e non si era mai pentito delle proprie scelte. Non era stato facile lasciarsi alle spalle i propri cari in un paese perennemente in guerra per arrivare in un altro Paese altrettanto problematico, l’Europa era sul punto di esplodere, Polonia e Germania erano arrivati ai ferri corti e nessuno poteva prevedere cosa sarebbe successo, ma Swahili era un uomo determinato e grazie alle proprie capacità riuscì ad affermarsi in un mondo che non gli apparteneva e che dava più importanza al colore della sua pelle che non alle sue capacità.
Elisabeth si sfilò gli stivali e li abbandonò in un angolo della stanza, appoggiò la valigetta scamosciata su una mensola, non aveva voglia di aprirla, sentiva solo la necessità di riposare. Si sdraiò sul letto con il foulard color sabbia ancora tra i capelli e si lasciò andare ancora una volta ai ricordi di quand’era poco più che bambina.
“Domenica mattina andremo a Monza”, disse suo padre mentre facevano colazione. Elisabeth lanciò un urlo di gioia, lasciò cadere per terra il quaderno di algebra sul quale stava annotando gli ultimi esercizi e gli saltò in grembo, abbracciandolo. I giornali avevano annunciato l’imminente inaugurazione del nuovo autodromo, ristrutturato dopo il periodo bellico. Swahili, in qualità di diplomatico, era riuscito a farsi rilasciare un pass; non era stato facile anche perché la presenza di Gronchi rendeva molto selettiva la scelta degli invitati. Era a conoscenza ed avallava la passione di sua figlia per il mondo delle auto da competizione e pertanto nel corso degli anni le aveva regalato diverse riviste specializzate che Elisabeth leggeva con bramosia, annotandone i punti salienti su un quadernetto che custodiva gelosamente sotto al materasso nella sua cameretta e che abbelliva con riproduzioni dei principali autodromi sia italiani che esteri, realizzate a mano libera. “Pa’ Swahili, ti prego, fammi incontrare Manuel Fangio”, gli chiese quel giorno con sguardo implorante.
Un raggio di sole la svegliò, indossava ancora gli abiti del giorno prima ma il foulard che contornava il suo bel viso era scivolato sul pavimento di marmo. Guardò l’orologio e si stupì, erano anni che non dormiva così profondamente. Per un attimo tornò con la mente all’autodromo, poi si fece forza, si alzò e mise sul fornello una moka di caffè. Si sedette in un angolo della sala fissando l’unico quadro che abbelliva la stanza. Una cornice di legno leggermente intarsiata ed una semplice lastra di vetro incorniciavano il suo bene più prezioso: un foglio di carta leggermente stropicciato. Erano passati tantissimi anni da quando un uomo in polo e giubbotto da lavoro le regalò un sogno “A Elisabeth, segui sempre i tuoi desideri e non lasciarti intimorire dagli eventi. Manuel Fangio”. Non le era sembrato vero, ma quel giorno El Chueco era lì, davanti a lei, le parlava, parlava a lei, proprio a lei e le porgeva un foglio di carta con una dedica speciale, scritta appositamente per lei, per una bimba di colore dai lunghi capelli ricci. “Grazie Pà Swahili, grazie per aver esaudito il mio desiderio”, disse mentre con mano tremante prendeva dalle mani del suo idolo quel foglio di carta stropicciato.
La caffettiera iniziò a sobbollire e nella stanza si avvertì un gradevole aroma di caffè. Elisabeth spense il fornello e riempì la tazzina. “Se fosse stato di un altro colore non sarebbe stato caffè”, pensò fissando la bevanda nera e fumante “Sarebbe stata comunque una bevanda piacevole, ma non sarebbe stato caffè”. Con la tazzina nella mano sinistra si avvicinò alla finestra e fissando il cielo accostò l’altra mano alle labbra e distaccandola lentamente lanciò un bacio “Buongiorno Pa’ Swahili, ovunque tu sia”. Accese la radio ed ascoltò le notizie che arrivavano da Oltreoceano, poi prese carta e penna e iniziò ad abbozzare un articolo. Qualora Ronald Reagan fosse stato eletto avrebbe immediatamente consegnato un articolo al suo caporedattore, battendo la concorrenza. “Lasci stare tutto il resto”, le aveva detto quello stronzo il giorno prima, “Si dedichi solo a questo”.
No, Elisabeth non aveva alcuna intenzione di rinunciare alle proprie aspirazioni e ogni volta che veniva presa dallo sconforto ripensava a quel foglietto stropicciato conservato con cura come fosse una reliquia.
“E’ inutile, Virna, la redazione sportiva neppure li legge i miei articoli. Seppur con un giro di parole, quello stronzo mi ha detto che a nessun lettore di riviste specializzate interessa un articolo scritto da una donna, come se noi donne non sapessimo nulla di automobili”, si sfogò con l’amica, incontrata nella cartoleria sotto casa, “E poi ho anche l’aggravante della pelle nera, Virna, te ne sei accorta?”, le chiese in tono scherzoso. Scoppiarono a ridere entrambe.
Professionalmente, Virna era stata più fortunata, forse perché la sua principale passione non ruggiva come un motore. Virna curava infatti diverse rubriche che trattavano di arredamento e giardinaggio. I suoi articoli venivano apprezzati sia dai redattori che dai lettori e non mancavano mai sulla sua scrivania lettere di uomini che le dichiaravano il loro amore, soprattutto dopo che il caporedattore aveva deciso di inserire in rubrica la foto del suo bel viso affusolato, dalla carnagione incarnata e dalla folta chioma rossastra. “Perché non chiedi al caporedattore di inserire una tua foto sul giornale?”, suggerì Virna alla sua amica. Elisabeth corrugò la fronte “Non dire cretinate, non lo farebbe mai e poi sai bene come la pensa la gente, soprattutto quelli che non si perdono un solo articolo sulla politica. Meglio non si sappia che la firma E. L. è quella di una donna e per di più di colore!”. Virna sapeva che la sua amica aveva ragione e seppur a malincuore preferì cambiare argomento. “Domenica parteciperai?”, le chiese con il sorriso sulle labbra. Intorno ai suoi occhi si formarono alcune piccole rughe. Aveva appena compiuto quarant’anni, due i meno della sua amica, ma sembravano entrambe ragazzine.
“Certo”, rispose Elisabeth, “e scriverò un articolo che finirà come al solito sul fondo del cassetto della mia scrivania, insieme a tutti gli altri”.
Tirò fuori dalla borsetta il pass e lo mostrò alla sua amica “Dici che se ne accorgono?”
Partì in treno un giorno prima dell’evento, voleva essere certa di arrivare in Germania con largo anticipo. Dormì in un albergo di periferia ed al mattino, con uno zaino sulle spalle e lo stomaco in subbuglio si presentò all’ingresso. Temeva che qualcosa sarebbe andato storto, sarebbe stato difficile spiegare le sue buone intenzioni in una lingua che a malapena conosceva. Le guardie controllarono il pass e dopo un lungo istante la fecero accedere all’area. Ma non era ancora finita, Elisabeth voleva raggiungere i box anche se sapeva che non sarebbe stato facile. Le sarebbe piaciuto intervistare qualche uomo del Team Ferrari o vedere anche solo di sfuggita il grande Gilles. Ci teneva a scrivere un articolo accurato da riporre nel cassetto della sua scrivania, insieme a tutti gli altri.
“Fraulein, identifizieren Sie sich”… o almeno così le parve di sentire.
Elisabeth si voltò, un agente la fissava infastidito.
“Ho il pass”, gli rispose in un tedesco traballante porgendo il documento. L’agente lo prese in mano e lo guardò con attenzione “questo pass non le da il diritto di accedere ai box”, la apostrofò in italiano.
Elisabeth si scusò e si allontanò. Era inutile discutere e poi non voleva rischiare.
Si incamminò nell’area adiacente al circuito, nascondendosi come un ladro tra gli alberi.
Si sentiva in colpa, quella firma rubata da un documento ufficiale e riprodotta in controluce avrebbe potuto farle perdere il posto di lavoro. “Se il Signor Innocente lo scopre mi denuncia”, aveva detto alla sua amica, “ma ben gli sta a quello stronzo e che si faccia un esame di coscienza: se tutti lo chiamano Colpevole un motivo ci sarà”.
Girovagò ancora un po’ e finalmente trovò il posto ideale. Tolse lo zaino dalle spalle, lo adagiò sull’erba profumata, lo aprì e lo svuotò con cura. Cannocchiale, telecamera e macchina fotografica vennero allineati su un grande masso, per essere utilizzati secondo le necessità. Prese in mano il taccuino e attese, seduta su un piccolo cuscino che le aveva regalato suo padre quando era bambina e che portava sempre con sé ogni volta che sapeva che avrebbe avuto bisogno di un sostegno fisico o morale. “Cosa potrò mai scrivere da qui?”, si chiese. Tutto ciò che avrebbe visto sarebbe stato lo sfrecciare delle auto e solo grazie alla radiolina avrebbe potuto conoscere il reale andamento della gara. Unica nota positiva era l’ostica curva dello Schwetzakeaind. “Se non altro le macchine sono costrette a rallentare”, si disse. Guardò intorno a sè, i tifosi erano raggruppati nelle zone a loro dedicate, in lontananza un capannello di persone sventolava delle bandiere rosse. Lei si sentì felice, felice di essere da sola in compagnia della sua passione.
“Se solo quella testa di tamarindo del Signor Colpevole avesse ragionato , ora avrei il mio bel pass e me ne starei beata ai box a scrivere interviste e invece son qui, con un cuscino sotto al culo ad aspettare di veder sfrecciare qualche macchina sperando di riconoscere almeno la scuderia!”, pensò con rassegnazione Elisabeth.
Ciò che invece successe quel giorno nessuno avrebbe potuto immaginarlo. Un’ombra improvvisa attraversò la pista, “Der Fuchs Schwetzakeaind” intitolarono i giornali, ma se si sia trattato veramente di una volpe nessuno lo saprà mai. Quel che è certo è che lei era lì, a due passi da quella curva dal nome impronunciabile, seduta su un vecchio cuscino imbottito di ricordi, con un pass fasullo nello zaino, un taccuino in grembo ed una penna biro nella mano destra.
L’onda d’urto la colpì in pieno, il calore della gomma bruciata si mescolò a un denso fumo nero, cominciò a tossire, si sollevò da terra cercando di capire cosa fosse successo. Sembrava uno scenario di guerra. Dalle auto accartocciate cominciarono a uscire i primi piloti, alcuni barcollavano, un uomo in tuta azzurra cadde per terra ma fu subito soccorso dagli altri piloti. I rumori metallici si mescolarono alle voci concitate e al suono delle sirene sempre più vicine. Erano passati pochi minuti ma sembrava di vivere in un’altra dimensione, dove tutto si muoveva al rallentatore. Idranti e barelle si incrociarono come rami di kiwi, divise bianche, tute rosse da pompiere e uomini in abiti civili popolarono la pista.
“Dodici feriti di cui due gravissimi, ma pare non ci siano morti”, annunciò lo speaker radiofonico ed Elisabeth ancora frastornata e con gli abiti neri di fuliggine tirò un sospiro di sollievo. Scattò foto attraverso la rete che la separava dalla pista, la telecamera appesa a tracolla captava le voci, i suoni, i rumori. Non poteva far nulla per alleviare il dolore ma poteva almeno descriverlo con l’ausilio del suo prezioso bisturi dalla punta a sfera.
“Ho saputo che era presente”, le disse il caporedattore il giorno seguente. “Se le va di scrivere qualcosa saremo ben felici di leggere un Suo articolo ed eventualmente pubblicarlo”.
“Mi spiace Signor Innocente”, rispose Elisabeth, “ero troppo lontana e non ho visto nulla”.
Quella sera, nel silenzio della sua stanza, prese in mano gli appunti e scrisse il miglior articolo della sua vita, poi lo ripose nel cassetto, lo chiuse a chiave e andò a dormire.
L’indomani sarebbe stata una giornata impegnativa, avrebbe dovuto scrivere un pezzo sull’insediamento del Presidente Ronald Reagan, il suo caporedattore era stato categorico “dobbiamo sfondare, dobbiamo battere la concorrenza, non mi deluda”. – “Non la deluderò”, aveva risposto Elisabeth, consapevole che con i sogni non si paga la spesa ed ancor meno l’affitto.
La raccomandata della casa editrice alla quale aveva inviato una prima bozza del suo libro non tardò ad arrivare. Elisabeth era stata chiara fin da subito, “Questa sono io”, aveva scritto allegando una foto a colori scattata con la sua Polaroid. Aprì la busta con trepidazione, al suo interno un invito a presentarsi in redazione, poche righe e una postilla che la fece piangere di gioia “La ringraziamo per averci fatto sentire il profumo dell’erba ed il calore dei motori ”.
DISCLAIMER
I fatti narrati sono esclusivamente frutto della fantasia dell’autrice. Nessun kiwi è stato maltrattato e nessun uomo o donna umiliato. Non me ne vogliano i familiari dei personaggi citati e qualora si sentissero in qualche modo offesi o presi in causa possono tranquillamente richiedermi la modifica o la rimozione del post. Mi sento in dovere di ringraziare la mia compagna di blog che attraverso questo nostro corso “homeself” di scrittura creativa mi ha permesso di approfondire molti aspetti della Formula Uno e di rivivere parte della mia infanzia, trascorsa con mio papà davanti alla televisione in attesa del semaforo verde. Peace and Love.
Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo con una cassa sulle spalle.
Socchiuse gli occhi cercando di mettere a fuoco l’immagine. Dietro le colline, ad ovest della prateria, il sole emetteva gli ultimi bagliori prima delle tenebre.
“Ma è Karl !” esclamò Ernest tra i denti “che diamine ci fa qui a quest’ora!”
Attese pazientemente che l’ombra si materializzasse, non poteva rischiare che i vicini di casa lo sentissero, non voleva che la verità venisse a galla.
Aprì il portone del cancello e lo fece entrare, richiudendolo un attimo prima che la polizia passasse davanti casa.
“Ma sei matto? A quest’ora ci vedono tutti, eravamo d’accordo dopo il tramonto !
Ma Karl era su di giri: erano giorni che aspettava quel momento e nulla e nessuno lo avrebbe fermato.
Prese la cassa e la adagiò con fatica davanti alla porta della cantina, non pensava potesse essere così pesante.
“Sicuro che nessuno ti abbia visto?”, gli chiese, poi fissò la cassa “Cazzo, è uscito del liquido, è viscido, guarda la tua giacca, si è sporcata di rosso, vai a cambiarti, ma fai attenzione che nessuno ti veda!”.
Un galoppio risuonò lungo la strada. “Ci hanno beccati”, pensò un attimo prima che il suono degli zoccoli dei cavalli della polizia locale si perdesse in fondo alla via.
Karl si tolse immediatamente la giacca, aprì la porta dello scantinato e la gettò giù dalle scale rimanendo in maniche di camicia. Il cravattino risaltava sulla camicia chiara ed una piccola macchia rossastra si intravvedeva all’altezza della cintola. Rabbrividì.
“Gli altri quando arrivano?”
L’impazienza di Karl iniziava a dargli sui nervi. Ernest era abituato a pianificare tutto, fin nei minimi particolari, anche nell’abbigliamento. Sapeva dei pericoli ai quali sarebbe andato incontro trasportando quella cassa e mai e poi mai avrebbe indossato un abito chiaro. Il rischio di essere arrestati o, peggio ancora, di fare una brutta fine, si faceva sempre più concreto. Bastava leggere qualche giornale locale, ascoltare il sussurrio del popolo per comprendere come la polizia stessa avesse smesso da tempo di credere nel sistema giudiziario arrivando a farsi giustizia da sè. William H.,Eduard K., Paul B. erano solo alcuni degli uomini che quel giorno avevano lasciato questo mondo sotto il colpo delle baionette, rei di aver posto resistenza all’arresto.
Ernest Kazirra fissò Karl dritto negli occhi e con disapprovazione scosse la testa. “Come sempre, appena fa buio, dovresti saperlo”, rispose secco, guardando preoccupato la casa in stile ottocento che confinava con la sua proprietà. Attraverso gli scuri socchiusi si intravvedevano delle figure “dobbiamo fare attenzione, i Thompson si sono insospettiti”.
Non era la prima volta che trasportavano casse, ma non era mai capitato che fuoriuscissero dei liquidi. Dobbiamo stare più attenti, si disse, ripensando a quella volta che la polizia bussò alla porta di casa, insospettita da quegli strani rumori.
Karl si avvicinò alla recinzione sul retro della villa e scostò dei legni mettendo in evidenza un piccolo varco. “Aspettiamo in cantina”, disse al padrone di casa.
La gente iniziò ad arrivare alla chetichella, passando attraverso quel passaggio segreto.
Tre tocchi alla porta e poi subito la parola d’ordine: “Hover”. Per fortuna nessun infiltrato, pensò Ernest Kazirra, aprendo ogni volta la porta con circospezione.
Karl si piazzò sulle scale del seminterrato, il suo compito era quello della raccolta gli oboli. Venti dollari per poter accedere, il resto in base alle necessità.
Ernest sollevò a fatica la cassa e la portò giù dalle scale, posizionandola insieme alle altre.
Prese uno straccio e pulì il lungo rivolo rosso.
La cantina iniziò a riempirsi di un denso fumo grigio, l’odore dei sigari impregnò gli abiti ed oscurò la luce della lampada ad olio.
Karl aprì la prima cassa e nell’aria si sollevò un urlo collettivo. Le mani iniziarono a rovistare nelle tasche e le banconote sgualcite fecero capolino trasformandosi via via in bandiere sventolanti.
“Due, dammene due”, “Io ne voglio tre”. “C’ero prima io, levati di mezzo!”.
Parevano insaziabili. Eppure il discorso del Presidente Roosevelt avrebbe dovuto calmare gli animi.
“Dammi quella bottiglia, bastardo, era mia!”. “Riempimi il bicchiere o ti spacco la faccia”,
Ernest Kazirra sospirò, l’imminente fine del proibizionismo stava minando le sue sicurezze, avrebbe dovuto reinventarsi, trovare soluzioni alternative che gli permettessero di mantenere la sontuosa villa che aveva appena finito di ampliare coi proventi della vendita illegale dell’alcol.
Guardò fuori dalla finestra, gli scuri dei vicini erano chiusi, il sole era sparito dietro alle colline E L’OMBRA DELLA NOTTE SCENDEVA.
− Sono preoccupato, mia moglie passa le sue serate da un bar all’altro.
È cosa nota e universalmente conosciuta che due amiche che si vedono raramente , quando si incontrano per una vacanza , la vacanza stessa sarà indimenticabile.
È così è stato . Cinque giornate intense, trascorse all’insegna della spensieratezza, lontano dalle difficoltà della quotidianità. Cinque giornate dedicate al sano e puro divertimento. Cinque giornate alla Super Mario Bross (cit), con la partecipazione straordinaria di uno dei miei indiani che ancor oggi ricorda con piacere quelle giornate indimenticabili.
Perugia, Assisi, Gubbio, Spoleto, Norcia , Corciano, la scalata di Roccaporena, le piade, i cojoni di mulo e quelli de’ mi’ nonno, le risate, le chiacchierate , le abbuffate, la metropolitana sospesa, le scale mobili, la torta al formaggio, le colazioni in terrazza, la casa dei Baglioni, la torta al testo alla Cibottola, le nuotate in piscina, le partite a carte ed il favoloso RAFTING sul fiume Corno. 😁
Rafting. Quando Libera-mente me lo propose pensai che fosse leggermente fuori di testa (un po’ lo è, altrimenti non saremmo state amiche 😁). Ho sempre creduto che il rafting fosse qualcosa per capitani coraggiosi, per gente abituata a divertirsi a bordo di blue tornado e space vertigo e non per gente come me, che prima di salire sulla ruota panoramica si affida a tutti i Santi del Paradiso.
Eppure, quasi senza rendermene conto, mi son ritrovata al suo fianco con in mano una pagaia, alle spalle dieci minuti di lezione e addosso una muta in neoprene che neppure Naomi Campbell ai tempi d’oro avrebbe osato indossare.
Il resto è puro divertimento, documentato da decine di fotografie e videoregistrazioni: il salto sugli scogli , il gommone ingovernabile, le cadute nell’acqua corrente, le corde per non cadere nei punti critici, la rassegnazione dell’istruttore, le nuotate, ma soprattutto … il salto della cascata. Si agevoli il filmato, pliiiiis ❤️
P.s. Certo, lo sappiamo , ad un certo punto il filmato si blocca , ma da perfette Naomi mancate, col cavolo che postiamo i nostri cosciotti avvolti come salami sul blog !
Oggi delle semplici zucchine hanno avuto il potere di trasportarmi in un viaggio tra i ricordi e i sapori perduti. Ero intenta a farle a rondelle che mi è tornato in mente quando le preparava mia mamma, fresche appena colte dall’orto, e mia nonna che le diceva “Te cucinale pure, ma io non le mangio, mi fanno sentire freddo”.
Il freddo che sentiva mia nonna, in realtà era il ricordo di quando cucinava zucchine in tutti i modi per sfamare i suoi figli, non erano una famiglia benestante, lei era vedova ed aveva sei figli da crescere, le zucchine, in estate, insieme alle patate andavano alla grande, così raccontava lei. Ad un certo punto, quando la situazione migliorò, disse “basta zucchine” ed ogni volta che le venivano proposte “No grazie, mi fanno sentire freddo”, però non disse mai basta alle patate. Queste ultime in casa di mia nonna sono sempre state il piatto per eccellenza. Capitava spesso che con i miei cugini (oltre 11 monelli quasi tutti coetanei) ci trovavamo insieme a casa sua e lei in un batter d’occhio, se non c’erano i maritozzi con la Nutella, ci allestiva merende a base di patatine fritte (i dietologi infantili oggi griderebbero all’orrore). Le più buone che ricordo di aver mangiato. Quelle del Mac Donald o qualunque friggitoria “non si avvicinano nemmeno lontanamente alle patatine che friggeva la nonna”, parola di “cugini uniti”. Erano inimitabili, si! Avevano il sapore della felicità, dei giochi, del chiasso e dell’allegria. Gliele rubavamo man mano che friggeva e lei divertita, nella sua immensa cucina, ci inseguiva intorno alla tavola fingendo di volerle riprendere.
Tornando alle zucchine, benchè mia nonna non le mangiasse, quelle di mia mamma avevano il loro perchè. Che le facesse fritte o in padella con aglio e rosmarino o ripiene di carne erano sempre super e per quanto io mi possa adoperare a mettere in pratica i suoi suggerimenti, per il mio palato, i miei piatti a base di zucchine non sono mai all’altezza di quelli che preparava lei. Quando poi li assaggio, quasi, quasi fanno sentir freddo anche a me.
Mia mamma era una maestra nel cucinare qualsiasi cosa, lo faceva con passione. Quando voglio replicare qualche suo piatto cerco di rivederla in cucina mentre li prepara, e provo a rifare i suoi stessi passaggi, difficilmente sono soddisfatta del risultato. Nonostante ricevo complimenti dai commensali sento che il sapore non è lo stesso, si avvicina soltanto. Forse aveva qualche ingrediente magico o magico era il suo tocco.
Tra tutte le cose buone che preparava mia mamma, tra tutti i sapori perduti insieme a lei, ce n’è uno che non sono mai riuscita a replicare quello del “caffè-latte”, tanto semplice da fare ma tanto complicato da fare come il suo, che era perfetto! Era giusta la temperatura, il dosaggio del latte e del caffè e, poi, me lo versava in un bicchiere di vetro. Ho comprato la moka come ce l’aveva lei, lo stesso pentolino che usava lei per scaldare il latte e i bicchieri come i suoi, ma non sono mai riuscita a replicare lo stesso gusto, non riesco ad andarci nemmeno vicina. Per anni ho provato e riprovato a rifarlo, ma niente, ricetta ineguagliabile. Ogni tanto per consolarmi le telefonavo e le dicevo “Mami passo a prendere il caffè-latte da te” e la soddisfazione di berlo in sua compagnia era enorme. Solo dopo che lei, purtroppo, se n’è andata ho capito cosa avesse il suo caffè-latte in più del mio … l’aroma di coccole che, sicuramente, metteva di nascosto e quel sapore di casa natia che non si può dimenticare.
Ci sono momenti in cui una luce particolare ti avvolge e i ricordi si aprono, e all’improvviso senti l’aria di un altro luogo, di un altro mese, di un’altra vita. (Fabrizio Caramagna)