Il coraggio di cambiare

Questa è la storia di una donna qualunque , una di quelle tante donne apparentemente serene, la chiamerò Maria, nome di fantasia di una persona a me cara.

Maria è una di quelle donne forti alle quali piace ridere e scherzare. La conobbi tanti anni fa. Mi racconto’ di una vita felice accanto al marito ed ai figli, ma man mano che la conoscenza si approfondiva capivo che ciò che vedevo e che mi veniva descritto era solo una facciata.

Maria era una di quelle donne che subiva violenza, non quel tipo di violenza palese, fatta di calci e pugni, me ne sarei accorta se fosse stato così. Maria subiva violenza psicologica, verbale, emotiva . È quel tipo di violenza che io definisco ancor più vigliacca perché subdola, non lascia segni sul corpo ma ti distrugge l’anima .

Lo sguardo di Maria era triste, i suoi occhi non sorridevano, erano spenti nonostante i tentativi di ravvivarli con mascara ed ombretto. Maria era consapevole che ciò che stava vivendo non era la normalità ma non riusciva a trovare il coraggio di rialzarsi, nonostante i figli la spronassero ad agire.

Agire… come se fosse la cosa più semplice del mondo. A Maria non mancavano le capacità per reagire, le mancava la forza . Non temeva di perdere “l’amore” perché sapeva che quello non era amore, Maria molto semplicemente non riusciva a chiedere aiuto. Si sentiva in colpa, sentiva sulle sue spalle il fallimento di una vita, si chiedeva come fosse possibile che quel ragazzo conosciuto tanti anni prima, inizialmente dolce e premuroso, potesse insultarla quotidianamente, addossandole colpe per fatti che non aveva commesso e che mai avrebbe pensato di commettere.

Mi racconto’ che ciò che più le pesava era l’isolamento, in casa sua nessuno metteva piede, non perché i suoi familiari non volessero incontrarla ma perché lei stessa li teneva distanti affinché non vedessero la sua anima distrutta, ma anche per evitare che venissero risucchiati nel vortice della “pazzia”, come era già accaduto in un contesto lavorativo che non riporterò per rispetto del suo anonimato. Inoltre Maria temeva che nessuno le credesse perché fuori dalle mura domestiche o in presenza di estranei gli atteggiamenti del coniuge erano, vigliaccamente, ineccepibili.

Non ci fu la goccia che fece traboccare il vaso, perché il vaso traboccò a lungo e lentamente prima che Maria decidesse di fare un primo passo, il passo più importante della sua vita: uscire di casa e chiedere aiuto.

Lei stessa si stupì di quante persone stavano aspettando quel momento, i suoi tentativi di nascondere ciò che succedeva nella sua famiglia erano serviti solo a prolungare l’agonia.

Maria fu presa letteralmente per mano, dai genitori, dai fratelli e dagli amici, la accompagnarono nei percorsi che lei stessa decise di intraprendere, la supportarono in ogni sua decisione ma soprattutto Maria capì che non era sola, conobbe altra gente che stava vivendo lo stesso problema e si sentì sollevata. Seguì un percorso psicologico che le permise di togliersi i sensi di colpa e di comprendere che tutte le accuse che per anni le erano state addossate erano frutto della proiezione di suo marito. Più recuperava forza più scopriva un mondo sommerso e parallelo che la faceva rabbrividire. Suo marito non era l’uomo che lei pensava di conoscere: le urla in casa gli servivano per gettare fumo negli occhi affinché non emergesse un torbido sottobosco.

Sono passati diversi anni da quel “Primo passo”, la sua vita è totalmente cambiata e lei stessa non si capacita di come abbia fatto a resistere così a lungo.

Ora Maria collabora attivamente con un’associazione che si occupa di sostenere uomini e donne che vivono in situazioni di violenza fisica o psicologica e ciò le permette di dare un senso al dolore vissuto, ha trovato nuove amicizie, pratica piccole attività sportive, segue i suoi figli anche se adulti, può usare il cellulare liberamente, può andare a fare la spesa senza il timore di essere additata come adultera da chi diceva di amarla… Maria ha finalmente recuperato la sua dignità, il suo essere donna con le fragilità e con la forza che caratterizzano ciascuna di noi.

Non è una favola, Maria esiste realmente, la conosco molto bene. Conosco la sua forza e le sue debolezze ma soprattutto conosco la sua voglia di rimettersi continuamente in gioco, di sorridere, di cazzeggiare e quando è il caso di piangere, ma sempre e comunque a testa alta, perché l’unica colpa di Maria e delle persone che vivono o hanno vissuto in contesti violenti è quella di aver tergiversato nel chiedere aiuto .

Chi è nell’errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza.
(Johann Wolfgang Goethe)

#noallaviolenzasulledonne

L’uomo che amava i gatti …

Vogliamo dedicare un piccolo spazio di questo blog ad uomo che ci ha lasciati proprio oggi.

Luis Sepulveda, chi non lo conosce? Chi non ha letto qualche suo libro?

Lo ricordiamo con un suo libro, non il più famoso, un libro breve, da leggere in un soffio, scritto con una semplicità disarmante contrapposta ad una intensità di sentimenti che inondano il cuore.

Un libro che si legge con le lacrime agli occhi .. parla di amicizia, quella vera, e lo fa nella maniera più semplice che possa esistere … andrebbe letto o fatto leggere ad ogni bambino, ad ogni adulto.

“Per tutto il tempo – lungo o breve, non importa, perchè la vita si misura dall’intensità con cui si vive – che il gatto e il topo trascorsero assieme, Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande.

E i due furono felici, perchè sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno”


“Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice,

uno di questi si chiama acqua,

un altro ancora si chiama vento,

un altro ancora si chiama sole

e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia”

da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepulveda

La “f(i)aba” in quarantena

Il mio spacciatore di fiducia si è dato alla macchia, troppe richieste da soddisfare. Trovare della materia prima di qualità era diventato praticamente impossibile e anche se il mercato si è adeguato ai tempi (accontentandosi di prodotti “da batteria”) gli era comunque impossibile assecondare i clienti .

La colpa è anche del nostro Presidente Conte che non ha previsto questo surplus di domande, un po’ come è avvenuto per lievito e farina .

Se il nostro caro Giuseppe (per gli amici Conte) non avesse trattato i produttori come animali , negando loro anche dei semplici co.co.co. , tutto ciò non sarebbe accaduto . Che poi, diciamocelo, salvaguardando la categoria lo spaccio avrebbe potuto avvenire anche a domicilio, con guanti e mascherina, proprio come si fa con la pizza.

E invece no ed ora ne stiamo pagando le conseguenze.

Le prime crisi di astinenza si sono manifestate 15 giorni dopo il lockdown, probabilmente a causa della breve emivita.

I post di sfogo comparsi su Facebook e diretti alle istituzioni la dicono lunga sulla capacità di Resistenza del popolo italiano, per non parlare di quello spagnolo che in pieno lockdown è passato inaspettatamente da Bella Ciao a Ti Amo (ma a Berlino ed al Professore tutto è concesso)

Per non rischiare di cadere nella tentazione di uscir di casa , ho mandato io stessa una mail ai produttori (anzi, alle produttrici) proponendo un contratto co.co.co e nell’attesa di “un cortese cenno di riscontro” ho cercato soluzioni alternative:

Acqua faba

Aprite una scatola di ceci.

Scolatela in un recipiente.

Gettate i ceci (scherzo! Mangiateli 😁)

Montate a neve l’acqua di conservazione aggiungendo qualche goccia di succo di limone et voilà, il sostituto dell’uovo è pronto.

Sapete che vi dico ? Che il contratto co.co.co lo straccio. Non ho più bisogno di spacciatori, galline o uova. Io, l’uovo senz’uovo, lo fabbrico da me 😁😁🤣

Buono spaccio a tutti !

Il più bel successo in cucina è riuscire a riempire lo stomaco con l’immaginazione.
(José Manuel Fajardo)

#iomeringoacasa

“The Bucket List”

Quando desideri una cosa, tutto l’Universo trama affinché tu possa realizzarla.
(Paulo Coelho)

Questa mattina, tra una passata di swiffer e una di mocio, in perfetto stile desperate housewife, ho iniziato a pensare alla lista delle cose che avrei dovuto fare per recuperare la mia casa, dopo che, per i giorni di Pasqua e pasquetta, ho avuto la brillantissima idea di promuovere l’autogestione. Ho immediatamente realizzato che non era una lista, ma un incubo, quindi meglio sorvolare, però, nel pensarci, mi è tornata in mente una lista diversa, che era stata l’elemento legante in un film di qualche buon anno fa con Morgan Freeman (che adoro) e Jack Nicholson (anche lui come non amarlo?) “la lista del capolinea”.

Il film in italiano si intitola “Non e mai troppo tardi”, quello originale inglese è “The Bucket List”.
Non sto qui a raccontarvi il film, però vi consiglio di vederlo, è molto bello.

La “lista del capolinea” non è altro che l’elenco dei desideri che vorresti veder realizzati prima del capolinea, che se non li realizzi, perchè non si dovrebbe prevedere il fallimento, devi raccomandarti a non so chi e far spostare il capolinea, che non sta per ultima fermata del tram o della metro, no, ma è proprio l’ultima fermata, l’ultima ultima, quella dopo la quale non ce n’è più per nessuno. Quella dove il più onesto ti saluta con un RIP e gli altri con una sviolinata e tu non hai mai saputo suonassero il violino.

Approfitto per lasciare un meme: nel caso niente fiori, ma solo opere buffe … ok ok solo opere di bene. Grazie.

Quindi tra swiffer, mocio, scopa e secchio ho deciso, dopo i debiti scongiuri (aglio, peperoncino, prezzemelo, ho messo anche due san marzano, magari funziona meglio o, al più, diventa un sughetto) di stilare (verbo che dona pomposità alla vicenda) la mia The Bucket List, non da realizzare prima del capolinea, ma appena termina questa quarantena:

1. Voglio fare il cammino per Santiago, non sono motivi religiosi che mi spingono, ma il desiderio di passare un periodo con me stessa in un viaggio che promette di essere introspettivo e riconciliante con il mondo.

2. Andare a vivere un mese intero a Parigi

3. Organizzazione del, quasi annuale, meeting con Quarantenastyle, con tour cul-turale di tutti i luoghi d’arte Milanesi: Luini, Iginio Massari, Marlà, Knam, il pranzo al MacDonald per proseguire, subito dopo, da Ammu, eh si che facciamo un cannolino siciliano non ce lo mettiamo?, continuando con una sosta da Red Feltrinelli, un buon libro con caffettino non possono mancare e la pausa tè da Starbuks, il tutto condito da chiacchiere e petteguless.

4. Imparare, una volta per tutte, a ballare l’hally gally … basta di essere sempre quella che sbaglia la coreografia!

5. Andare al mare

6. Uscire a camminare fuori e se dovesse piovere, ballare sotto la pioggia

E in ultimo, ma non meno importante, non dimenticare mai quanto amo la mia famiglia, anche se nell’autogestione lascia a desiderare.

Questa è la mia lista, semiseria, ma è la mia … aspetto la vostra e mi aspetto tanta ironia che la vita è già molto seria di suo.

Hasta la lista!

La Casa di Carta nella Prateria

Incipit by Quarantenastyle

La quinta stagione della Casa di Carta è alle porte e tutti noi ci stiamo chiedendo in che modo gli autori resusciteranno Nairobi e tra quanti anni Sierra partorirà.

Ma cosa sarebbe successo se la rapina del secolo fosse avvenuta nella Walnut Grove di Charles Ingalls ?

Fotomontaggio by Libera-mente

“Signori benvenuti , vi ringrazio per aver accettato questa offerta di lavoro, vivremo qui, isolati dal resto del mondo, per cinque mesi. Cinque mesi nei quali studieremo come portare a termine il colpo del secolo: la rapina alla stazione di posta dei Pony Express.

“Per il momento non vi conoscete e così dovrà essere, non voglio nessun nome, ne domande personali . Voglio che ognuno scelga un soprannome”.

E fu così che io, Laura Ingalls, ho finito per chiamarmi Arizona .

Quello che mi guarda il culo è il Signor Kansas, è ricercato, 27 conti in sospeso con lo Stato, aggiotaggio, commercio abusivo di prodotti alimentari e noto spacciatore di spezie. E’ come uno squalo in una piscina, puoi farti il bagno con lui ma non puoi stare tranquilla .

In ultima fila Alaska, un’inguaribile pettegola. Falsifica i fatti da quando aveva 13 anni. Ora è addetta al controllo degli incassi nel negozio del marito Kansas, probabilmente è pazza e se non stai attento ti trascinerà nel suo vortice .

Al suo fianco la figlia Bloomington. I riccioli biondi celano a malapena la sua anima malvagia. Qualsiasi notizia le giunga , viene riportata amplificata in tutto Walnut Grove. Questa sua specialità l’ha resa particolarmente richiesta dalle zabette di paese e ciò le ha permesso di entrare nelle case e pianificare i furti .

Quello alla mia destra è Washington, ha iniziato la carriera con piccoli furti nelle chiese. È stato arrestato mentre celebrava la Messa della domenica . Nel suo passato truffa, falsa testimonianza, falso in bilancio e occultamento di prove .

E poi c’è Dakota. Per lei ho un debole , è mia sorella maggiore, ha problemi con la vista ma al suo attivo ha innumerevoli contatti con le bande organizzate, è riuscita a mantenere i rapporti tra i membri grazie ai pizzini in braille .

Quello seduto dietro è Minneapolis, insegnante e futuro sposo di Dakota. Al suo attivo piccoli furtarelli nelle fattorie e disturbo della quiete pubblica, fu arrestato per piromania dopo l’incendio di una scuola .

Alla sua destra le gemelle Iowa e Redwood. La loro specialità è quella di non mostrarsi mai insieme , nessuno conosce l’esistenza dell’altra, sono talmente simili che si scambiano spesso i ruoli . Sono specializzate nella rottura di co@@ioni alle sorelle maggiori e quindi anche a me, godono della protezione incondizionata del Professore., nostro padre.

Quella alla mia sinistra è Manitoba, mia mamma. È stata arrestata con le mani nel sacco mentre impastava le pagnottelle . Recidiva, era già stata arrestata per spaccio di lievito madre, ha trascorso gran parte della sua vita tra gli animali della fattoria cercando di insegnare alle galline a produrre più uova.

E infine mio padre , il Professore.

Nessun precedente, nessun documento . Ultimo rinnovo della tessera per la farina a 19 anni. A tutti gli effetti un fantasma .

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Riflessioni by Libera-mente

Dalla “Casa nella Prateria” alla “Casa de Papel”

Dalla “Casa nella prateria” alla “Casa de papel” è stato un attimo.
Un attimo di ben 46 anni, azz ne son passati così tanti?

Ma cosa saranno mai 46 anni nella storia dell’umanità che, tra quelli prima di Cristo e quelli dopo, si crogiola al sole di questo pianeta da circa 200.000 anni?

46 anni … potrebbe essere l’età media, forse un pò di più, di chi sta facendo binge watching proprio ora con la “casa de papel”.
Ai tempi della “Casa nella prateria” se avessi detto binge watching: “che è sta roba?” “ma come caspita parli?” e anche tradotto in maratona tv sarebbe stata la stessa cosa “che?” “Mah!”.

Prima di tutto, in pochi avrebbero conosciuto l’inglese, inoltre le puntate delle serie tv ci venivano centellinate, dovevi aspettare, aspettare episodio dopo episodio. Oggi sono tutt’altro, sono li pronte a nostro uso e consumo “I pay and watch”. Specialmente ora, che siamo in quarantena, alcune piattaforme televisive in tv o in streaming si sono organizzate con la categoria “maratona” dove si possono trovare tutte le serie tv complete, anche la serie “guarda che ti passa”.

Nello specifico dell’articolo quelle che ci interessano o che ci hanno ispirato questa digressione sono la casa nella prateria e la casa di carta. Nella prima si racconta la storia di una famiglia di coloni americani che si svolge tra mille difficoltà per sbarcare il lunario e momenti felici, trattando numerosi temi dall’alcolismo, al razzismo, dall’adozione, alle droghe, ma sempre con pacatezza e senza colpi di scena, forse proprio come eravamo noi in quegli anni, tutti più tranquilli, la vita tutto sommato scorreva bene, la visione della TV era sovente un momento conviviale e seguire una famigliola felice nonostante tutto non era dannoso.

Nella seconda i temi trattati sono principalmente la ribellione e la rivincita verso un sistema corrotto, temi che hanno solleticato la fantasia di tanti, molto attinenti al momento sociale e storico che stiamo vivendo, hanno portato gran parte del pubblico a sostenere la banda e fatto della serie un successo planetario; i colpi di scena sono stati uno dietro l’altro, la tensione fortissima, tanto che la carica attrattiva ci ha tenuti attaccati al monitor con la lingua penzoloni in attesa dell’ennesimo biscotto.

Mi son chiesta cosa sia cambiato in questi 46 anni. Sicuramente il modo di fare TV, le serie sono più coinvolgenti, più dinamiche, l’avvento della tecnologia le ha migliorate con un eccellente utilizzo dell’immagine, degli effetti speciali, ma alla fine continuano a darci quello di cui pensano abbiamo bisogno nel momento, ora come allora.

Però siamo cambiati noi, siamo cresciuti, abbiamo sviluppato la capacità di discernere, di giudicare e abbiamo la libertà di scegliere, anche cosa guardare, al punto che ho anche pensato che aver seguito la casa nella prateria fosse stato un reato, anche se ormai caduto in prescrizione.

Ma torniamo alle nostre due serie: non possiamo escludere che, anche se sono stati sentimenti di ribellione e rivalsa a promuovere l’organizzazione della rapina, per la maggior parte dei protagonisti la, fondamentale, necessità di sbarcare il lunario è ciò che li ha coinvolti nel colpo … e con una rapina alla zecca di stato il lunario lo sbarchi alla grande.

E se la famiglia Ingalls nel lontano 1870 avesse avuto la possibilità di guardare la “Casa de papel” avrebbe continuato la vita nei campi? O, magari, avrebbe tratto una qualche ispirazione?

Home is the nicest word there is.
Casa è la parola più bella che ci sia.
(Laura Ingalls Wilder)

#restiamoacasa

La nipote in quarantena

“Ciao tesoro de’ zia, cosa stai facendo di bello in questi giorni ?”

“Ciao zia, scusami se non mi sono fatta sentire, ma sono molto impegnata in questo periodo”.

“Ti capisco , cucciola, seguire le lezioni a distanza non deve essere semplice, poi ci sono i compiti, lo studio individuale, eventuali ricerche . Ti capisco perché sono stata giovane anche io (beh, lo sono ancora adesso e se solo provi a smentirmi ti diseredo !!!). ”

“No, zia, è che mamma ha comperato il lievito di birra ed io sto panificando come se non ci fosse un domani .

Piccole nipoti crescono … e crescono bene . Orgogliosa di te ❤️.

P.s. Dopo questa sviolinata mi aspetto come minimo una baguette .

La vita è più bella tra due pezzi di pane (Jeff Mauro)

Tra torte e bucciotti … tradizioni pasquali che goduria!

Ahi … che vita complicata ogni volta che arrivano le festività! Perchè non arrivano soltanto loro, ma anche tutte le tradizioni che si portano dietro da regione a regione.

E, se le tue origini sono da due regioni diverse devi moltiplicare il tutto per due; mica si possono fare ingiustizie! Un pensiero speciale, colmo di comprensione, va a coloro che hanno le loro origini in due regioni diverse e si sono stabiliti in una terza regione, e che fai non rispetti le tradizioni del posto? Evvaiii si moltiplica per tre.

Per mia fortuna debbo solo moltiplicare per due.

Prendiamo la festa del momento la “Pasqua”. Per me è la festività più impegnativa dal punto di vista culinario … ed anche per il mio forno.

Non ho fatto mia la moderna abitudine dell’albero di Pasqua (investo già molto in quello di Natale), un’ortensia e qualche tulipano in casa mi regalano già una bella atmosfera pasqual-primaverile, ma tutte le tradizioni magnerecce sono le mie (segue moto di esultazione stile Crash Bandicoot)

Vi parlerò della mia preferita, altrimenti rischio di farvi prendere 5 o 6 kg solo a leggere, “la torta al formaggio” che solo a scriverne il nome mi sento in soggezione.

Nella mia città “la torta al formaggio” è un’istituzione, come il sindaco, forse anche di più. Ovviamente non c’è forno o panetteria che non la prepari, ma la vera torta va fatta in casa e possibilmente cotta nel forno a legna, perchè anche quella del miglior forno stai tranquilla che “c’ha quil ‘n so che de ‘ndustriale”

Quindi, tre o quattro giorni prima della Pasqua, in ogni famiglia che si rispetti, inizia la grande preparazione della torta, anzi delle torte, non può, mica, essere solo una, minimo 5 o 6. Anzi ad essere precisa le torte non si misurano a numero, ma ad UOVA … “Iolanda quante torte ete fatto?” “Trent’ova, capirè una pel mi fiolo, una pe la mi fiola, una pel dottore, una pel gatto, una pel topo, anzi misà n’avrò da ‘ntride de più che sinnò mia me bastano”

Io ne ‘ntrido (‘ntridere voce del verbo impastare) 10 uova e tutte per me, vabbè per me e la mia famiglia.

Ovviamente non di sole uova è fatta la torta, per ntridere servono altri ingredienti, tutti molto leggeri: lo strutto, l’olio (qualcuno, tipo me, per non farsi mancare nulla, mette anche burro e margarina), latte, lievito di birra (il grande assente di questa quarantena), sale, anche un pò di pepe ha il suo perchè, farina e la “guest starrrr” sua maestà il formaggio, tanto formaggio e di tipo diverso: parmigiano reggiano, pecorino romano, groviera (i buchi si possono non mettere 😝), quest’ultima a pezzi e meglio se irregolari; gli altri formaggi tutti grattugiati, ma qualche bel pezzo di parmigiano ci sta da Dio, si scioglie con il caldo del forno, poi, nel freddarsi, si risolidifica e quando hai la fortuna di mordere la fetta con quel pezzo di parmigiano mmm che goduria. A casa mia basta che ti distrai un secondo che qualcuno, con fare lesto, si frega il pezzo migliore “mmm eppure quando ho tagliato la fetta c’era” 🤔. La quantità degli ingredienti varia da ricetta a ricetta, chi la vuole più “zeppa”, chi più leggera, chi più salata, chi più pepata, ma per ognuno “la più bona” é sicuramente la sua.

Elencati gli ingredienti passiamo all’azione …

Il lavoro inizia la sera prima con la preparazione del “levtino” comunemente detto lievitino, tecnicamente detto poolish.

La mattina dopo, al canto del gallo, si procede ad impastare tutti gli ingredienti.

Per impastare, siccome, io so’ moderna, uso la planetaria, ma non essendo l’unica moderna, ormai la usano un pò tutti. Una volta, invece, facevano tutto a mano e dalla bravura nell’impastare dipendeva la riuscita della torta. Toccava de “ntride forte! dajeee!”, solitamente, spettava all’uomo il compito.

Finito di fare l’impasto si passa alla suddivisione dello stesso nei vari contenitori in cui, dopo la lievitazione, si cuocerà.

E la lievitazione è importantissima, perchè le torte “on da cresce” e bene, anche il minimo sbalzo di temperatura o un soffio di vento potrebbe far esclamare “enno argite giù!” Sia mai!

Quando, dal luogo di lievitazione, le porti al forno lo devi fare come se fossi in processione, in silenzio, trattenendo il fiato, perchè “non sonno da move sennò arbutton giù”

Questo è il risultato a fine cottura.

Solo quest’anno, non essendo umbra, ho scoperto che il rito delle torte è accomunato ad un altro, quello dei “bucciotti”

I bucciotti? Si una sorta di bambole che vengono fatte con l’impasto che avanza dopo la suddivisione dello stesso nelle pentole. Un tempo li facevano come regalo ai propri figli e c’era la gara a chi li facesse più belli.

Ovviamente mica dei bucciotti fatti tanto per fare, ma curati nei dettagli e rigorosamente maschio e femmina.

E augurandovi una buona Pasqua, mentre mi accingo ad andare ad addentare qualche leccornia pasquale dalla mia dispensa, vi lascio i bucciotti migliori (secondo me), scovati in rete, che hanno partecipato vincendo alla fashion week pasquale.

“La tradizione non si può ereditare e, chi la vuole, deve conquistarla con grande fatica” Thomas Stearns Eliot

.

La Quarantena cicciosa

Hai presente quando hai quella strana sensazione allo stomaco, come un leggero languorino che manco Ambrogio riesce a soddisfare?

È una sorta di via di mezzo tra “voglia di pizza e voglia di ciambella al cioccolato”. Il giusto compromesso potrebbe essere una pizza alla nutella ma io non mi piego ai compromessi e decido di cucinare entrambe.

Che le danze abbiano inizio .

Lievito e farina di certo non mancano perché ho fatto razzia nei supermercati quando ancora Conte ci consentiva di partire da Milano alla volta di Canicattì , ma le uova sono terminate . Il pusher di paese non le fornisce più , la richiesta è troppo alta e le galline si rifiutano di deporre oltre il normale orario di lavoro, anche perché il loro codice Ateco non è contemplato dal nuovo DPCM.

Anche il latte è terminato e… no, mi rifiuto categoricamente di cucinare una ciambella vegana . Sarà anche buona, non lo metto in dubbio, ma già ci stiamo privando della libertà, facciamo che almeno la ciambella sia cicciosa , altrimenti nisba.

E nisba sia!

Abbandonato il progetto ciambella parte la fase due : il progetto pizza cicciosa.

La scelta degli ingredienti per condire una pizza cicciosa richiede una laurea in chimica e un master in scienze della pizza , ma io me ne frego e dopo aver visto tutte le puntate di breaking bad decido di mettere in campo l’artiglieria pesante . Peperoni , gorgonzola, tonno … ma ecco che dal fondo del frigorifero fanno capolino würstel e salame piccante: vorremmo mica abbandonarli li, soli soletti ! La mozzarella ovviamente non può mancare e neppure le patatine che coi würstel si sposano che è un piacere.

Manca però un tocco personale , qualcosa che la renda unica… quasi quasi ci metto UNA PERA ! (la sapete vero quella del contadino del formaggio e delle pere ?).

Perfetto la teglia è pronta, ora via, tutto in forno e mentre la cicciosa cuoce io mi preparo un bel drink: acqua limone e bicarbonato .

Prosit .

“Anche le situazioni peggiori migliorano con una buona pizza.” (Ryan Reynolds)

Pasqua in Quarantena

Chi l’avrebbe mai detto , 4 mesi fa, che avremmo passato la Pasqua chiusi in casa coi nostri familiari . Non che la cosa mi dispiaccia , anzi !

In questo periodo di reclusione ho imparato a rivalutare gli affetti , a comprendere ciò che mi fa star bene accantonando tutto il resto, ho capito che la vita è una sola e che vale la pena viverla in pieno .

Ho imparato che basta poco per essere felici , un sorriso, un complimento , un chilo di farina, un cubetto di lievito trovato sul fondo del congelatore.

Ho imparato che non tutte le ciambelle escono col buco ma l’importante è che siano ben cotte perché quel che conta non è l’apparenza ma la sostanza .

Ho imparato a dare valore al tempo , magari imprecando davanti alla coda al supermercato, ma apprezzando il tempo che posso dedicare a me stessa.

Ho imparato a vivere, a sorridere, a gioire.

Ho re-imparato ad amare .

Ciò che il bruco chiama fine del mondo , il resto del mondo chiama farfalla (Lao Tze).