IL PONTE

IL PONTE

La macchina si fermò all’improvviso slittando sull’asfalto ghiacciato. Alessandra non aveva previsto quella sosta e soprattutto non avrebbe avuto alcun motivo per fermarsi in quella lurida piazzola spersa tra le colline della maremma. Controllò le luci del cruscotto e, per quanto ne potesse sapere, sembrava tutto a posto. L’unica spia che lampeggiava era quella della luce di posizione, ma erano mesi che sapeva di quel problema e prima o poi l’avrebbe fatta sostituire.

Scese dalla macchina rabbrividendo. Il sole di marzo iniziava a fare capolino tra le nubi ma l’aria era ancora molto fredda. Come il suo cuore.

Si era lasciata alle spalle un periodo difficile ed era consapevole che ci sarebbe voluto del tempo per superarlo. I figli le erano vicino, la spronavano, volevano che ricominciasse a vivere, erano pronti ad aiutarla, ad accompagnarla in qualunque percorso avesse deciso di intraprendere, ma Alessandra era caparbia. Voleva farcela da sola.

Una foglia secca svolazzò tra i suoi piedi, Alessandra abbassò lo sguardo, la foglia rimase immobile per qualche secondo poi un deciso soffio di vento la sollevò come un aquilone. Pochi metri e cadde nuovamente, per poi risollevarsi in una danza ritmica scandita dal suono della natura.

Non sapeva neppure lei perché si era fermata in quella piazzola di sosta, il suo piede aveva pigiato all’improvviso sul freno, forse i suoi occhi avevano visto qualcosa che solo il suo cuore aveva registrato.

Le cime delle montagne innevate facevano capolino tra le nubi bianche. “Deve essere lì”, pensò fissando quell’enorme batuffolo soffice che cambiava forma e direzione a seconda del vento.

Spostò lo sguardo lungo il pendio della montagna e si rese conto che la primavera, nonostante tutto, stava avanzando.  

Ai piedi del pendio un fiume maestoso correva libero attraversato da un ponte di legno che collegava la città vecchia con i nuovi quartieri, costruiti dopo l’ultimo terremoto. Alessandra ammirò i colori delle primule e delle camelie che ricoprivano gran parte del ponte. Un anziano con un cagnolino al guinzaglio si stava apprestando ad oltrepassarlo. Sembrava di vivere in un’altra dimensione, lontano dal freddo, dai ricordi… dai dolori.

Un rumore la distolse dai propri pensieri. Trattenne il respiro, un lamento lontano la fece rabbrividire. Si guardò intorno, la strada era deserta. Scavalcò il guardrail facendosi strada tra le sterpaglie e rovisto’ nell’erba incolta. Poi si fermò per qualche istante, concentrandosi sui rumori che la circondavano, era certa di non essersi sbagliata.

Tornò demoralizzata sui propri passi e si avvicinò alla macchina. Il suo sguardo venne catturato da un angolo della piazzola dove l’incuria causata dall’uomo emergeva in tutta la sua drammaticità. Cumuli di sacchi giacevano abbandonati, in attesa che qualche delibera comunale decidesse di far fronte allo scempio.

“Oh mio Dio!”,  fu la sola espressione che uscì dalle labbra di  Alessandra mentre si precipitava verso un sacchetto chiuso con un legaccio. Un leggero movimento aveva attirato la sua attenzione. Lo sollevò da terra e con fatica riuscì ad aprirlo. Al suo interno un batuffolo dal manto tigrato guaiva con l’ultimo fil di voce che gli era rimasto. “Avrà un mese, forse meno”, pensò Alessandra. Si tolse la giacca e lo avvolse, dirigendosi verso la macchina.

Prima di salire per un attimo tornò a fissare le nubi bianche, poi abbassò lo sguardo verso il fiume. Un ponte in cemento armato, ricoperto da una struttura in metallo, lo sovrastava. Alessandra cercò il ponte di legno, le primule, le camelie, l’anziano con il cagnolino al guinzaglio. Nulla. Tutto sembrava sparito, come se la natura le avesse fatto un brutto scherzo. No, non poteva essere stato un sogno, era certa di ciò che aveva visto.

Strinse a sé  quel batuffolo indifeso e si rese conto che si trattava di un dolcissimo pitbull.  Sollevò lo sguardo, fissò le nubi bianche e un brivido la percorse: oltre quelle nubi si intravvedeva un bellissimo ponte circondato da primule e camelie, il ponte dell’arcobaleno, lo stesso ponte che un mese prima le aveva portato via le sue due Stelle, a tredici giorni di distanza l’una dall’altra. 

Alessandra si asciugò una lacrima, non era il momento di piangere.

Salì in macchina, mise in moto, accese la ventola dell’aria calda ed appoggiò il batuffolo tigrato sul sedile alla sua destra, cercando di ricreare con la propria giacca una sorta di cuccia. Inserì la marcia e mentre si allontanava dalla piazzola fissò le nubi bianche, ringraziando le sue due Stelle per averle donato, ancora una volta, un motivo in più per vivere.

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