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Social, Asocial, Antisocial o Social a metà?

Internet è un dono di Dio. Può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti”. Papa Francesco

Ovviamente quanto andrò a scrivere non è un trattato sociologico, è soltanto la mia esperienza personale nel mondo del web prima e dei social media poi, uno in particolare “Faccia libro”.

Premetto subito che la mia avventura nel web è iniziata in un’epoca in cui Facebook, Twitter, Instragramm non esistevano ancora. Facebook, molto probabilmente, cominciava allora a prendere forma nei pensieri di Mark Zuckerberg, per palesarsi a tutti noi solo qualche anno dopo.

A quel tempo navigavo per curiosità, maggiormente ricerche tecnico-informatiche. Il mio approccio mentale logico-matematico mi portava a voler capire come funzionava in concreto questo mondo, come viaggiavano i bit, come andavano a comporre un sito internet, una notizia, un’immagine e come arrivavano a me, ho un pò romanzato la descrizione, ma spero di aver reso l’idea. Ogni tanto mi concedevo qualche divagazione alla ricerca di notizie curiose, di qualche informazione su film, libri o su programmi che seguivo in TV, perciò facevo qualche salto in forum o blog dedicati.

Il salto più coinvolgente è stato in Splinder, dove mi imbattei in un blog, gestito tutto al femminile. Quattro ragazze dai nick curiosi tagliavano e cucivano con intelligenza e sagacia su cinema, televisione e dintorni. I loro articoli erano divertenti, a volte proprio esilaranti, ognuna con uno stile che si addiceva alla perfezione al nick scelto. Nel far si che la mia, da una frequentazione saltuaria, divenisse una frequentazione fissa (del tipo pranzo, cena e colazione, massì dai prendiamoci anche un tè) fu un attimo.

Splinder offriva la possibilità di una chat, quindi iniziai a chattare con loro, dalla chat di splider si passò alla chat di msn, da msn al telefono. Ormai, grazie alla chat e agli articoli pubblicati, sapevamo quasi tutto di noi, non ci restava che conoscerci dal vivo, scoprire chi era bionda o chi era mora, chi alta, chi bassa, se eravamo dei ciospi o delle fighe da paura, but “not problem”, l’amicizia era ormai consolidata ed anche la più ciospa sarebbe stata abbracciata fortemente, perchè ormai era Ammmore, si si con tre m non ho sbagliato.

Dal telefono, che non bastava più, passammo all’organizzare incontri veri e propri in giro per l’Italia unendo l’utile al dilettevole, visitare nuove città matteggiando e godendo della compagnia reciproca. Nel frattempo mi avevano invitato a scrivere nel blog ed anche io ero diventata una blogger come loro. Negli anni i nostri vari incontri si sono affollati, non eravamo più soltanto noi che scrivevamo, ma anche altre amiche che ci seguivano sul blog, insomma un bel gruppo allegro, divertente con cui posso dire di aver fatto belle esperienze di vita. Tutto è durato finchè non sono arrivati per tutte impegni familiari e lavorativi sempre più pressanti: bambini da seguire, studi da completare, lavoro da non perdere di vista, ma, non meno importante, nell’allontanamento dal blog, fu l’arrivo di FB, ill social per eccellenza.

All’inizio fui un pò restia nel mio ingresso in fb, mi affacciai timidamente, i miei contatti erano loro, le mie amiche blogger, ma con il tempo la mia rete si estese, vuoi la foto figa che avevo messo (non ditemi che voi non scegliete la più figa che non ci credo), vuoi che avevo superato il disagio iniziale mi lanciai, mentre, nel frattempo, il nostro blog affondava insieme a tutto Splinder e non eravamo nemmeno interessate a traghettarlo in un altra piattaforma, perchè, ormai, eravamo traghettate tutte altrove. (ahimè quanti articoli divertenti abbiamo perso nel naufragio).

“50 amici, 100, 200, madò quanto sono popolare” gli amici e amiche su Fb aumentavano, anche mogli o fidanzate gelose, ma io sono brava. Feci nuove amicizie che si aggiunsero alle vecchie, ma con il tempo realizzai che non era la stessa cosa. Era tutto un mordi e fuggi, nessuno era così interessato ai tuoi pensieri, tanti alla tua foto, tanti alla cazzata veloce (e io sono la regina delle cazzate) che magari scrivevi. La mia percezione era che la maggior parte erano li perchè non avevano altro, altri interessi o un altro mondo da frequentare che non fosse fb, e parecchi amavano farsi i fatti degli altri (questo lo scoprii quando, abbassando la guardia, iniziai ad aggiungere i parenti, i vicini, gli excompagni di scuola).

Tentai, invano, di coinvolgere gli “pseudo-amici” in discorsi più seri, niente, nessuno recepiva. Un giorno scrissi solo “Etciù” una valanga di commenti “Salute” “Salute e figli maschi” “Ne ho tre grazie, bastano e avanzano” al chè pensai “annamo bene, annamo” per non dire poi delle polemiche che ogni tanto mi capitava di leggere: se uno diceva mela, l’altro insisteva sulla pera, se diceva pranzo allora no doveva essere categoricamente merenda, fossero state polemiche costruttive ok, ma, a volte, rasentavano la rissa virtuale. Bo non mi sembrava un mondo così social, anzi più che altro antisocial … motivo per cui sono sparita per un bel pò, mantenendo, però, l’abitudine a qualche incontro con un’ amica del vecchio blog.

Ritorno su fb ad inizio quarantena, mi riaffaccio timidamente come sempre e gli amici son sempre li a socializzare, ovviamente il tema principale sono il virus, la quarantena, il governo. Ho scoperto che nel frattempo si son tutti laureati in virologia ed epidemiologia, sanno tutto sul virus che nemmeno l’Oms è al corrente di taluni aspetti. Tutti esperti: di protezione civile (sicuramente le loro misure sarebbero state meglio); in misure precauzionali, che, se avessero fatto loro, il virus nemmeno in Cina si sarebbe propagato; per non dire poi del “tutti esperti in gestione dello Stato”, tanti novelli Robespierre, che avrebbero impartito ordini a destra e manca “e vedrai se le cose non sarebbero andate meglio”.

Ho ripreso in mano il mio esperimento handemade. Dopo aver letto qua e la qualcuno lamentarsi “la chiesa Cattolica si prende anche l’8 per mille e non aiuta nessuno” ecc, ecc, pubblico la lettera di Conte ad Avvenire, in cui ringrazia la Conferenza Episcopale per aver devoluto una ingente parte dell’8 per mille per l’emergenza coronavirus” (parlo di fatti non esprimo alcuna opinione politica, quelle le tengo per me), ovviamente nessuno se la fila, posso dire caga? nessuno se la caga. Rende più l’idea.

Da li ho postato altre cose serie, ma niente, non arrivano, ho postato le solite ca@@ate tutti presenti, anche al mio esperimento già collaudato “etciù” una discreta presenza, ma starnutire di questi tempi non è bene, però avevo la mascherina 😷 … quindi ora come allora ne deduco che le persone in FB, ci sono a metà, con solo una parte di se stesse, quella che vogliono mostrare, e, magari, quella che loro pensano sia la parte migliore. Le persone io le voglio conoscere nel loro insieme e nelle loro peculiarità, se debbo socializzare voglio sapere con chi socializzo, con chi parlo e vorrei la certezza che posso parlare di tutto, dall’argomento serio, importante, anche avendo visioni diverse, alla scemenza più scemenza che mi possa venire in mente. Socializzare non può essere fatto solo di battute fini a se stesse, che ti dicono tutto, ma non t’hanno detto nulla. Quindi, da tutto ciò, la mia convinzione che nei social non siamo poi così tanto social o, per lo meno, se non vogliamo dire “asocial” siamo social solo a metà.

Su twitter sarò veloce … li se non hai il pedigree meglio che non ti affacci.

#dimmisuchesocialvaietidiròchisei

La Quarantena nel Montana

Confessa , lo hai fatto anche te !

E scommetto che son passati meno di tre giorni dall’ultima volta .

Il più delle volte è piacevole , si avvertono sensazioni uniche , ma possono capitare anche giornate no, nelle quali nulla riesce a soddisfarci . La colpa, sia chiaro , non è nostra, il vero responsabile è l’algoritmo di YouTube che da un video della Parodi, Benedetta donna, ci conduce di zapping in zapping nei meandri più reconditi della tv e della nostra mente .

E noi, col ditino veloce, saltiamo di palo in frasca tra video e ricordi, tra risatine e lacrimucce, in un loop senza fine, perché ammettiamolo, il revival è come una droga , ti prende e non ti molla più .

“Quaggiù nel Montana tra mandrie e cowboys c’è sempre qualcuno di troppo fra noi… GRINGOOOO”

La vita non è ciò che viviamo, ma ciò che ricordiamo e come lo ricordiamo.
(Gabriel García Márquez)

Quarantena in loop-game

La vita è più divertente se si gioca.
(Roald Dahl)

Giorni di quarantena 7/8/9/10/11 marzo 2020, verso il crepuscolo.

Coco Bandicoot, bionda palesemente ossigenata, macchina rosa, stemma dell’Italia sul cofano, è pronta alla partenza.
Accanto a lei Crash Bandicoot, suo fratello e noto marsupiale la cui gloria risale “al secolo scorso”, scalpita nella sua macchina dando gas in attesa del verde.

Davanti alla TV, muniti di joystick, prontissimi alla sfida, io e mio marito.

Il semaforo è fisso sul rosso, mamma che ansia … scatta il verde … si parteee!

“Ehiii ma qual’è il gas, questa non si muove!” “La ics, la ics, pigia la ics” “Dov’è sta benedetta ics? Non la vedo, qui ci sono un quadrato  o un triangolo” “È in basso!” “Mi servono gli occhiali. Però poi non vedo dove vado” “Questo joystick è fasullo, dammi il tuo” “No sei tu che non sei capace!” “Ehiii mi stai venendo addosso” “Allooooraaa vuoi guardare dove vai! Mi stai mandando fuori strada!” “Ehi così non vale!” “Smettila di tirarmi le bombe o la nitro” “E allora? tu che mi rallenti con quell’orologio? L’ hai trovato già 3 volte di seguito” “Ma quale sono io? Non mi vedo più!” “Stai andando contromano!”
“Non è giusto hai vinto di nuovo, voglio la rivincita e anche la ririvincita” “Il circuito, però, lo scelgo io” “Pronta?” “Spetta, spetta questa volta le voglio fare i capelli verdi” “Dai pigiaaa!!!”


“Mamma, papà?”
“Zitto, che sto per superarlo non mi distrarre”
“Si, ma che si cena stasera? E vi sentono anche i vicini” “Ops” “Ma da quando la sera si cena? Non sapevo esistesse questa usanza”
“Eddai mamma non fare l’idiota come al solito. Ho fame”
“Hai fame? … mmm …. ok allora autogestione … guarda nel frigo cosa trovi … azz un’altra cassa di dinamite”

Addì, giorno di quarantena, 19 aprile 2020 non è ancora dato sapere dove sono stati riposti, con estrema cura, i 2 joystick

#gameover

Il coraggio di cambiare

Questa è la storia di una donna qualunque , una di quelle tante donne apparentemente serene, la chiamerò Maria, nome di fantasia di una persona a me cara.

Maria è una di quelle donne forti alle quali piace ridere e scherzare. La conobbi tanti anni fa. Mi racconto’ di una vita felice accanto al marito ed ai figli, ma man mano che la conoscenza si approfondiva capivo che ciò che vedevo e che mi veniva descritto era solo una facciata.

Maria era una di quelle donne che subiva violenza, non quel tipo di violenza palese, fatta di calci e pugni, me ne sarei accorta se fosse stato così. Maria subiva violenza psicologica, verbale, emotiva . È quel tipo di violenza che io definisco ancor più vigliacca perché subdola, non lascia segni sul corpo ma ti distrugge l’anima .

Lo sguardo di Maria era triste, i suoi occhi non sorridevano, erano spenti nonostante i tentativi di ravvivarli con mascara ed ombretto. Maria era consapevole che ciò che stava vivendo non era la normalità ma non riusciva a trovare il coraggio di rialzarsi, nonostante i figli la spronassero ad agire.

Agire… come se fosse la cosa più semplice del mondo. A Maria non mancavano le capacità per reagire, le mancava la forza . Non temeva di perdere “l’amore” perché sapeva che quello non era amore, Maria molto semplicemente non riusciva a chiedere aiuto. Si sentiva in colpa, sentiva sulle sue spalle il fallimento di una vita, si chiedeva come fosse possibile che quel ragazzo conosciuto tanti anni prima, inizialmente dolce e premuroso, potesse insultarla quotidianamente, addossandole colpe per fatti che non aveva commesso e che mai avrebbe pensato di commettere.

Mi racconto’ che ciò che più le pesava era l’isolamento, in casa sua nessuno metteva piede, non perché i suoi familiari non volessero incontrarla ma perché lei stessa li teneva distanti affinché non vedessero la sua anima distrutta, ma anche per evitare che venissero risucchiati nel vortice della “pazzia”, come era già accaduto in un contesto lavorativo che non riporterò per rispetto del suo anonimato. Inoltre Maria temeva che nessuno le credesse perché fuori dalle mura domestiche o in presenza di estranei gli atteggiamenti del coniuge erano, vigliaccamente, ineccepibili.

Non ci fu la goccia che fece traboccare il vaso, perché il vaso traboccò a lungo e lentamente prima che Maria decidesse di fare un primo passo, il passo più importante della sua vita: uscire di casa e chiedere aiuto.

Lei stessa si stupì di quante persone stavano aspettando quel momento, i suoi tentativi di nascondere ciò che succedeva nella sua famiglia erano serviti solo a prolungare l’agonia.

Maria fu presa letteralmente per mano, dai genitori, dai fratelli e dagli amici, la accompagnarono nei percorsi che lei stessa decise di intraprendere, la supportarono in ogni sua decisione ma soprattutto Maria capì che non era sola, conobbe altra gente che stava vivendo lo stesso problema e si sentì sollevata. Seguì un percorso psicologico che le permise di togliersi i sensi di colpa e di comprendere che tutte le accuse che per anni le erano state addossate erano frutto della proiezione di suo marito. Più recuperava forza più scopriva un mondo sommerso e parallelo che la faceva rabbrividire. Suo marito non era l’uomo che lei pensava di conoscere: le urla in casa gli servivano per gettare fumo negli occhi affinché non emergesse un torbido sottobosco.

Sono passati diversi anni da quel “Primo passo”, la sua vita è totalmente cambiata e lei stessa non si capacita di come abbia fatto a resistere così a lungo.

Ora Maria collabora attivamente con un’associazione che si occupa di sostenere uomini e donne che vivono in situazioni di violenza fisica o psicologica e ciò le permette di dare un senso al dolore vissuto, ha trovato nuove amicizie, pratica piccole attività sportive, segue i suoi figli anche se adulti, può usare il cellulare liberamente, può andare a fare la spesa senza il timore di essere additata come adultera da chi diceva di amarla… Maria ha finalmente recuperato la sua dignità, il suo essere donna con le fragilità e con la forza che caratterizzano ciascuna di noi.

Non è una favola, Maria esiste realmente, la conosco molto bene. Conosco la sua forza e le sue debolezze ma soprattutto conosco la sua voglia di rimettersi continuamente in gioco, di sorridere, di cazzeggiare e quando è il caso di piangere, ma sempre e comunque a testa alta, perché l’unica colpa di Maria e delle persone che vivono o hanno vissuto in contesti violenti è quella di aver tergiversato nel chiedere aiuto .

Chi è nell’errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza.
(Johann Wolfgang Goethe)

#noallaviolenzasulledonne

L’uomo che amava i gatti …

Vogliamo dedicare un piccolo spazio di questo blog ad uomo che ci ha lasciati proprio oggi.

Luis Sepulveda, chi non lo conosce? Chi non ha letto qualche suo libro?

Lo ricordiamo con un suo libro, non il più famoso, un libro breve, da leggere in un soffio, scritto con una semplicità disarmante contrapposta ad una intensità di sentimenti che inondano il cuore.

Un libro che si legge con le lacrime agli occhi .. parla di amicizia, quella vera, e lo fa nella maniera più semplice che possa esistere … andrebbe letto o fatto leggere ad ogni bambino, ad ogni adulto.

“Per tutto il tempo – lungo o breve, non importa, perchè la vita si misura dall’intensità con cui si vive – che il gatto e il topo trascorsero assieme, Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande.

E i due furono felici, perchè sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno”


“Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice,

uno di questi si chiama acqua,

un altro ancora si chiama vento,

un altro ancora si chiama sole

e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia”

da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepulveda

Investimenti ai tempi del coronavirus



Ogni investimento nel campo della conoscenza paga i migliori interessi” Benjamin Franklin

Investire è sempre stata la mia passione, più che altro ho investito tempo. L’ho investito: nei viaggi in treno per lavoro, nel ricamo, nell’uncinetto, nel fare la famosa “calzetta”, nell’accudire i miei tre, ormai, expargoli, in tutte le attività della perfect housewife, in questo caso not desperate.

C’è stato anche un periodo in cui ho investito in borse. In realtà volevo farlo in borsa, tutti i miei amici erano gasatissimi nel farlo, al che mi son detta “perchè solo una borsa” e ho scelto le borse: Piero Guidi, Louis Witton, Fendi, anche un paio di O bag.

Ho avuto anche il periodo dell’investimento in titoli, veramente non mi è mai passato e credo mai mi passerà. E, sempre mentre i miei amici investivano in Enel, Telecom, ecc, io investivo nei titoli di Jhon Grisham, Wilbur Smith, Carofiglio, Maraini, ed altre penne eccelse attuali e passate … ho riempito una stanza! Almeno loro sono immuni agli effetti collaterali del coronavirus, non esiste per loro oggi su, domani giù, son li fermi, stabili, li posso toccare, ogni tanto li rileggo, insomma … patemi d’animo da fluttuazioni pari a zero!

In questo periodo di carcerazione, temo non ci sarà condizionale, i maggiori investimenti li sto facendo su Amazon. Avrete visto anche voi le pubblicità del tipo “Investi ora 200 Euro avrai una rendita mensile diii bo? 3000 euro al mese? ecc ecc”. Io investo, però, a me, non arrivano soldi, ma soltanto: caffè, componenti elettronici, dvd, libri (i titoli di cui sopra), piccoli elettrodomestici, abbigliamento sportivo, una volta ho investito in così tanti slip e reggiseno per me e mia sorella, che mi è arrivata una email da Amazon “gentile cliente la mettiamo a conoscenza dell’esistenza di Amazon Business” debbono aver pensato che avessi un negozio 🤭. Sempre a proposito di Amazon…. avete mai fatto caso che è un pò come la fata di Cenerentola? Pensi un desiderio, apri Amazon ed ecco che il tuo desiderio è li in bella mostra, fai clik e bibbidi bobbidi bu … appare addirittura in casa. Una figata pazzesca! (non secondo mio marito, ma io ne sono convinta, o quasi 😉).
E, comunque, in questo periodo di quarantena, Amazon è l’unico investimento che si può fare, non perchè sia il migliore, ma solo perchè o Amazon o nisba (avverbio rubato a Quarantenastyle).

Ma io, maga del mestiere, ho trovato come investire diversamente ben 47 euro dei miei fondi occulti, perchè ogni casalinga che si rispetti deve avere dei fondi occulti, chiamati anche “cresta sulla spesa”, fa parte del business, sono quelli che fanno girare il mercato nero della maglietta comprata sottobanco, del joystick nuovo a tuo figlio “ma non dirlo al papà”.

Ho investito … wow wow wow … nel programma, in tv o su smarthphone, “Bodyyy fx” …

Avete presente quei video dove fanno ginnastica a ritmo di musica sculettando di qua e di là in su e in giù, fai la giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù, puoi diventare come vuoi tu? Proprio una roba del genere.

Quindi ora, indossato l’abbigliamento adatto, per loro e non per me, ma si fa quel che si può, un colpo d’anca a destra, uno a sinistra, recitando un mantra anti-lussazione dell’anca … vadoooo!!!

I’s time to dance!

#ballachetipassa ma soprattutto #restaacasa

La “f(i)aba” in quarantena

Il mio spacciatore di fiducia si è dato alla macchia, troppe richieste da soddisfare. Trovare della materia prima di qualità era diventato praticamente impossibile e anche se il mercato si è adeguato ai tempi (accontentandosi di prodotti “da batteria”) gli era comunque impossibile assecondare i clienti .

La colpa è anche del nostro Presidente Conte che non ha previsto questo surplus di domande, un po’ come è avvenuto per lievito e farina .

Se il nostro caro Giuseppe (per gli amici Conte) non avesse trattato i produttori come animali , negando loro anche dei semplici co.co.co. , tutto ciò non sarebbe accaduto . Che poi, diciamocelo, salvaguardando la categoria lo spaccio avrebbe potuto avvenire anche a domicilio, con guanti e mascherina, proprio come si fa con la pizza.

E invece no ed ora ne stiamo pagando le conseguenze.

Le prime crisi di astinenza si sono manifestate 15 giorni dopo il lockdown, probabilmente a causa della breve emivita.

I post di sfogo comparsi su Facebook e diretti alle istituzioni la dicono lunga sulla capacità di Resistenza del popolo italiano, per non parlare di quello spagnolo che in pieno lockdown è passato inaspettatamente da Bella Ciao a Ti Amo (ma a Berlino ed al Professore tutto è concesso)

Per non rischiare di cadere nella tentazione di uscir di casa , ho mandato io stessa una mail ai produttori (anzi, alle produttrici) proponendo un contratto co.co.co e nell’attesa di “un cortese cenno di riscontro” ho cercato soluzioni alternative:

Acqua faba

Aprite una scatola di ceci.

Scolatela in un recipiente.

Gettate i ceci (scherzo! Mangiateli 😁)

Montate a neve l’acqua di conservazione aggiungendo qualche goccia di succo di limone et voilà, il sostituto dell’uovo è pronto.

Sapete che vi dico ? Che il contratto co.co.co lo straccio. Non ho più bisogno di spacciatori, galline o uova. Io, l’uovo senz’uovo, lo fabbrico da me 😁😁🤣

Buono spaccio a tutti !

Il più bel successo in cucina è riuscire a riempire lo stomaco con l’immaginazione.
(José Manuel Fajardo)

#iomeringoacasa

“The Bucket List”

Quando desideri una cosa, tutto l’Universo trama affinché tu possa realizzarla.
(Paulo Coelho)

Questa mattina, tra una passata di swiffer e una di mocio, in perfetto stile desperate housewife, ho iniziato a pensare alla lista delle cose che avrei dovuto fare per recuperare la mia casa, dopo che, per i giorni di Pasqua e pasquetta, ho avuto la brillantissima idea di promuovere l’autogestione. Ho immediatamente realizzato che non era una lista, ma un incubo, quindi meglio sorvolare, però, nel pensarci, mi è tornata in mente una lista diversa, che era stata l’elemento legante in un film di qualche buon anno fa con Morgan Freeman (che adoro) e Jack Nicholson (anche lui come non amarlo?) “la lista del capolinea”.

Il film in italiano si intitola “Non e mai troppo tardi”, quello originale inglese è “The Bucket List”.
Non sto qui a raccontarvi il film, però vi consiglio di vederlo, è molto bello.

La “lista del capolinea” non è altro che l’elenco dei desideri che vorresti veder realizzati prima del capolinea, che se non li realizzi, perchè non si dovrebbe prevedere il fallimento, devi raccomandarti a non so chi e far spostare il capolinea, che non sta per ultima fermata del tram o della metro, no, ma è proprio l’ultima fermata, l’ultima ultima, quella dopo la quale non ce n’è più per nessuno. Quella dove il più onesto ti saluta con un RIP e gli altri con una sviolinata e tu non hai mai saputo suonassero il violino.

Approfitto per lasciare un meme: nel caso niente fiori, ma solo opere buffe … ok ok solo opere di bene. Grazie.

Quindi tra swiffer, mocio, scopa e secchio ho deciso, dopo i debiti scongiuri (aglio, peperoncino, prezzemelo, ho messo anche due san marzano, magari funziona meglio o, al più, diventa un sughetto) di stilare (verbo che dona pomposità alla vicenda) la mia The Bucket List, non da realizzare prima del capolinea, ma appena termina questa quarantena:

1. Voglio fare il cammino per Santiago, non sono motivi religiosi che mi spingono, ma il desiderio di passare un periodo con me stessa in un viaggio che promette di essere introspettivo e riconciliante con il mondo.

2. Andare a vivere un mese intero a Parigi

3. Organizzazione del, quasi annuale, meeting con Quarantenastyle, con tour cul-turale di tutti i luoghi d’arte Milanesi: Luini, Iginio Massari, Marlà, Knam, il pranzo al MacDonald per proseguire, subito dopo, da Ammu, eh si che facciamo un cannolino siciliano non ce lo mettiamo?, continuando con una sosta da Red Feltrinelli, un buon libro con caffettino non possono mancare e la pausa tè da Starbuks, il tutto condito da chiacchiere e petteguless.

4. Imparare, una volta per tutte, a ballare l’hally gally … basta di essere sempre quella che sbaglia la coreografia!

5. Andare al mare

6. Uscire a camminare fuori e se dovesse piovere, ballare sotto la pioggia

E in ultimo, ma non meno importante, non dimenticare mai quanto amo la mia famiglia, anche se nell’autogestione lascia a desiderare.

Questa è la mia lista, semiseria, ma è la mia … aspetto la vostra e mi aspetto tanta ironia che la vita è già molto seria di suo.

Hasta la lista!

La Casa di Carta nella Prateria

Incipit by Quarantenastyle

La quinta stagione della Casa di Carta è alle porte e tutti noi ci stiamo chiedendo in che modo gli autori resusciteranno Nairobi e tra quanti anni Sierra partorirà.

Ma cosa sarebbe successo se la rapina del secolo fosse avvenuta nella Walnut Grove di Charles Ingalls ?

Fotomontaggio by Libera-mente

“Signori benvenuti , vi ringrazio per aver accettato questa offerta di lavoro, vivremo qui, isolati dal resto del mondo, per cinque mesi. Cinque mesi nei quali studieremo come portare a termine il colpo del secolo: la rapina alla stazione di posta dei Pony Express.

“Per il momento non vi conoscete e così dovrà essere, non voglio nessun nome, ne domande personali . Voglio che ognuno scelga un soprannome”.

E fu così che io, Laura Ingalls, ho finito per chiamarmi Arizona .

Quello che mi guarda il culo è il Signor Kansas, è ricercato, 27 conti in sospeso con lo Stato, aggiotaggio, commercio abusivo di prodotti alimentari e noto spacciatore di spezie. E’ come uno squalo in una piscina, puoi farti il bagno con lui ma non puoi stare tranquilla .

In ultima fila Alaska, un’inguaribile pettegola. Falsifica i fatti da quando aveva 13 anni. Ora è addetta al controllo degli incassi nel negozio del marito Kansas, probabilmente è pazza e se non stai attento ti trascinerà nel suo vortice .

Al suo fianco la figlia Bloomington. I riccioli biondi celano a malapena la sua anima malvagia. Qualsiasi notizia le giunga , viene riportata amplificata in tutto Walnut Grove. Questa sua specialità l’ha resa particolarmente richiesta dalle zabette di paese e ciò le ha permesso di entrare nelle case e pianificare i furti .

Quello alla mia destra è Washington, ha iniziato la carriera con piccoli furti nelle chiese. È stato arrestato mentre celebrava la Messa della domenica . Nel suo passato truffa, falsa testimonianza, falso in bilancio e occultamento di prove .

E poi c’è Dakota. Per lei ho un debole , è mia sorella maggiore, ha problemi con la vista ma al suo attivo ha innumerevoli contatti con le bande organizzate, è riuscita a mantenere i rapporti tra i membri grazie ai pizzini in braille .

Quello seduto dietro è Minneapolis, insegnante e futuro sposo di Dakota. Al suo attivo piccoli furtarelli nelle fattorie e disturbo della quiete pubblica, fu arrestato per piromania dopo l’incendio di una scuola .

Alla sua destra le gemelle Iowa e Redwood. La loro specialità è quella di non mostrarsi mai insieme , nessuno conosce l’esistenza dell’altra, sono talmente simili che si scambiano spesso i ruoli . Sono specializzate nella rottura di co@@ioni alle sorelle maggiori e quindi anche a me, godono della protezione incondizionata del Professore., nostro padre.

Quella alla mia sinistra è Manitoba, mia mamma. È stata arrestata con le mani nel sacco mentre impastava le pagnottelle . Recidiva, era già stata arrestata per spaccio di lievito madre, ha trascorso gran parte della sua vita tra gli animali della fattoria cercando di insegnare alle galline a produrre più uova.

E infine mio padre , il Professore.

Nessun precedente, nessun documento . Ultimo rinnovo della tessera per la farina a 19 anni. A tutti gli effetti un fantasma .

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Riflessioni by Libera-mente

Dalla “Casa nella Prateria” alla “Casa de Papel”

Dalla “Casa nella prateria” alla “Casa de papel” è stato un attimo.
Un attimo di ben 46 anni, azz ne son passati così tanti?

Ma cosa saranno mai 46 anni nella storia dell’umanità che, tra quelli prima di Cristo e quelli dopo, si crogiola al sole di questo pianeta da circa 200.000 anni?

46 anni … potrebbe essere l’età media, forse un pò di più, di chi sta facendo binge watching proprio ora con la “casa de papel”.
Ai tempi della “Casa nella prateria” se avessi detto binge watching: “che è sta roba?” “ma come caspita parli?” e anche tradotto in maratona tv sarebbe stata la stessa cosa “che?” “Mah!”.

Prima di tutto, in pochi avrebbero conosciuto l’inglese, inoltre le puntate delle serie tv ci venivano centellinate, dovevi aspettare, aspettare episodio dopo episodio. Oggi sono tutt’altro, sono li pronte a nostro uso e consumo “I pay and watch”. Specialmente ora, che siamo in quarantena, alcune piattaforme televisive in tv o in streaming si sono organizzate con la categoria “maratona” dove si possono trovare tutte le serie tv complete, anche la serie “guarda che ti passa”.

Nello specifico dell’articolo quelle che ci interessano o che ci hanno ispirato questa digressione sono la casa nella prateria e la casa di carta. Nella prima si racconta la storia di una famiglia di coloni americani che si svolge tra mille difficoltà per sbarcare il lunario e momenti felici, trattando numerosi temi dall’alcolismo, al razzismo, dall’adozione, alle droghe, ma sempre con pacatezza e senza colpi di scena, forse proprio come eravamo noi in quegli anni, tutti più tranquilli, la vita tutto sommato scorreva bene, la visione della TV era sovente un momento conviviale e seguire una famigliola felice nonostante tutto non era dannoso.

Nella seconda i temi trattati sono principalmente la ribellione e la rivincita verso un sistema corrotto, temi che hanno solleticato la fantasia di tanti, molto attinenti al momento sociale e storico che stiamo vivendo, hanno portato gran parte del pubblico a sostenere la banda e fatto della serie un successo planetario; i colpi di scena sono stati uno dietro l’altro, la tensione fortissima, tanto che la carica attrattiva ci ha tenuti attaccati al monitor con la lingua penzoloni in attesa dell’ennesimo biscotto.

Mi son chiesta cosa sia cambiato in questi 46 anni. Sicuramente il modo di fare TV, le serie sono più coinvolgenti, più dinamiche, l’avvento della tecnologia le ha migliorate con un eccellente utilizzo dell’immagine, degli effetti speciali, ma alla fine continuano a darci quello di cui pensano abbiamo bisogno nel momento, ora come allora.

Però siamo cambiati noi, siamo cresciuti, abbiamo sviluppato la capacità di discernere, di giudicare e abbiamo la libertà di scegliere, anche cosa guardare, al punto che ho anche pensato che aver seguito la casa nella prateria fosse stato un reato, anche se ormai caduto in prescrizione.

Ma torniamo alle nostre due serie: non possiamo escludere che, anche se sono stati sentimenti di ribellione e rivalsa a promuovere l’organizzazione della rapina, per la maggior parte dei protagonisti la, fondamentale, necessità di sbarcare il lunario è ciò che li ha coinvolti nel colpo … e con una rapina alla zecca di stato il lunario lo sbarchi alla grande.

E se la famiglia Ingalls nel lontano 1870 avesse avuto la possibilità di guardare la “Casa de papel” avrebbe continuato la vita nei campi? O, magari, avrebbe tratto una qualche ispirazione?

Home is the nicest word there is.
Casa è la parola più bella che ci sia.
(Laura Ingalls Wilder)

#restiamoacasa

L’uomo nell’uovo

Questo post è quasi una sfida o, forse, un gioco, non so, ma qualsiasi cosa ne verrà fuori sarà tutta colpa di Quarantenastyle che mi ha incitata a scrivere #miparolechiappeevadoavanti

“WhatsAppando” con lei, la mia amica Quarantenastyle, parlando di Pasqua, di torte, di uova, vestiti e scarpe no che questa Pasqua è di moda il pigiama, di come passare questa pasquetta inusuale, non ricordo come o perchè mi è tornato alla mente un’inesistente libro dal titolo “L’uomo nell’uovo”. Dico inesistente perchè, ai tempi in cui risale il mio ricordo, tale libro non esisteva, era solo il frutto di una goliardata da liceali, ma se, nel frattempo, qualcuno lo avesse scritto allora chiedo venia e prometto che me lo procurerò e lo leggerò. Ai tempi non c’era e lo so bene, nessuna libreria della mia città ne era fornita, ricordo ancora lo sguardo perplesso di ogni libraio consultato.

Ma se tale libro fosse esistito?

Sarebbe stato un saggio sulla rilevanza e importanza dell’uovo nelle varie culture dagli assiri, babilonesi o greci, fino ai giorni nostri? Sull’uovo come rinascita o come origine della vita o del cosmo? O una semplice novella sulla vita di un tizio che, per qualche bizzarro motivo, si ritrova a vivere in un uovo?

Preferirei una novella, o una breve storia, magari con un lieto fine. C’è bisogno di un pò di leggerezza in tempi così pesanti.

Però, a ben pensarci, un uomo che viveva in uovo, lo conoscevo veramente.
L’ho conosciuto in uno dei miei fantasiosi viaggi mentali e ne sono rimasta affascinata. Lui era un uomo non molto grande, anzi, direi piccolo e nemmeno troppo giovane, ma non era anziano, forse mezza età o come preferite voi. L’uovo, fortunatamente, era spazioso. Gli consentiva di potersi muovere agevolmente in su e in giù, a destra e a sinistra. L’uomo si era organizzato su tre piani, in basso un piccolo soggiorno con angolo cottura, al centro una camera da letto, abbastanza, spaziosa con un bel letto grande,con sita in un angolo una scrivania su cui faceva mostra di se una pila di libri, mi sembra di ricordare che fossero novelle, sopra la pila di libri una lampada, dalla luce fioca, al centro della scrivania un quaderno semiaperto, ricordo di aver intravisto la scrittura, ordinata, filiforme, leggermente obliqua verso destra. Credo fosse un diario e ne ho dedotto che l’uomo fosse un pò introverso. Ai piedi del letto un tappetto, dai colori non troppo sgargianti, anzi abbastanza sobri, sulle tonalità del marrone, direi molto maschili. Sul letto, sopra un morbido piumone a grandi riquadri sulle tonalità dell’ocra e dell’arancio, il suo gatto che se la dormiva della grossa. Una enorme palla di pelo cremisi, quasi una nuvola, un gatto poco maschile in realtà, forse non lo aveva preso lui, ma si capiva che ora se ne prendeva cura con molto amore.
Al terzo piano, nel punto più difficilmente raggiungibile, sotto quel soffitto un pò a cupola, che dava piacere osservare, perchè dipinto di azzurro, aveva realizzato il suo rifugio, il suo angolo della meditazione, della creatività, il suo posto segreto. Appoggiate qua e la alcune tele, incompiute, con qualche accenno di colore, al centro un cavalletto con una tela su cui, immaginai stesse dipingendo, ma non vedevo cosa o chi. Sul fondo, appoggiato al guscio, spiccava un divano blu cobalto sotterrato da cuscini colorati sistemati alla rinfusa e un plaid, anche lui molto colorato. Forse era proprio quello l’angolo del riposo o della lettura, in terra c’erano anche un paio di riviste forse buttate li o cadute e mai raccolte.
Si era preoccupato di abbellire anche le pareti o meglio il guscio del suo uovo. Aveva appeso foto di famiglia, alcune in bianco e nero altre a colori, ritraevano tutte momenti felici, i soggetti erano radiosi, con gli occhi brillanti di felicità. Qua e la erano appesi alcuni schizzi che lui stesso aveva fatto prima di trasferirsi a vivere li. Il suo preferito era un tramonto in cui il sole, tuffandosi nel mare, sollevava onde in milioni di sfumature dal rosa, all’arancio, fino al rosso fuoco con un’intensità tale che sembrava di essere li, che potevi toccare il sole, il mare e tuffarti in quell’oceano. Poco più su c’era un ritratto, sarebbe stato il suo preferito anche quello, se non fosse che, guardarlo, lo faceva soffrire un pò, forse, troppo. Gli riportava alla mente momenti felici che non esistevano più, che, purtroppo, il tempo si era portato via. Era un ritratto di donna. Non era una donna qualsiasi, ma la sua donna, la donna che aveva amato, con cui aveva diviso gran parte della sua vita. Era un donna bellissima, lunghi capelli castani che simili a onde contornavano il viso e scendevano fino a coprire le spalle. Il sorriso fiero contro uno sguardo dolcissimo. La donna che aveva deciso fosse giusta per lui, con cui aveva esplorato i più begli angoli del pianeta, con cui aveva giocato, discusso, riso, pianto e con cui avrebbe voluto che tutto questo fosse per sempre. Ma il destino non la pensava alla stessa maniera.

Cosa pensava il destino?

Ecco qui comincia il problema, non voglio farla morire sarebbe troppo tragico. La faccio scappare via? Sarebbe una stronza … no non mi piace.
Massì se l’è magnata quella dolcezza di gatto, troppo inverosimile ve?

Ecco lo sapevo oggi come allora … quando, a scuola, il prof ci dava 3 sostantivi per inventare una storia, scrivevo 3 giorni di fila e non sapevo mai come finirla 🤪.

Dimenticavo … l’uovo era cioccolato al latte finissimo 😋 quello che si scioglie in bocca e ti rilassi così tanto, nel godere di tale bontà, che ti perdi in un mondo fantastico e, magari, conosci anche un uomo che vive in uovo.

Quando la tua follia coinvolge l’unico serio in famiglia. Disegno originale di mio marito

C’è qualcosa di delizioso nello scrivere le prime parole di una storia. Non sai mai dove ti porteranno.
(Beatrix Potter)